Dolomiti di Brenta Trail – Servizio Scopa

Avete mai scopato??
Non siate maliziosi, sapete di cosa parlo…
Fare la scopa ad una gara è un esperienza che potrei consigliare, ma non a tutti.
Ci vuole innanzitutto un buon allenamento, un infinita pazienza, una giusta dose di determinazione e attitudine al dialogo multilingua, sopratutto se si tratta di un trail internazionale, che si svolge in uno degli angoli più belli del Trentino e riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, le Dolomiti di Brenta.

La gara, ovviamente, si chiama “Dolomiti di Brenta Trail” ed è organizzata da Trentino Trail Running con il supporto di associazioni di volontariato, ma anche dal corpo dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Alpino e dei volontari della Croce Bianca Paganella.
Questo è il terzo anno, ufficialmente il secondo di gara, in quanto l’edizione 0 come in quasi tutti i trail (e aggiungo nei trail SERI), viene dedicata alla conoscenza del percorso e al “collaudo” dei cancelli oltre che a collaudare e testa la macchina organizzativa.

Dopo aver partecipato con estremo entusiasmo alle prime due edizioni percorrendo il percorso lungo, quest’anno decido di passare dall’altra parte della barricata.
Nel 2016 sono partito con il numero 1 gentilmente “regalatomi” dai ragazzi del TTR, che ho con orgoglio portato fino al traguardo, l’anno prima all’edizione autogestita, arrivai al buio in penultima posizione, ma in lacrime per la soddisfazione che provai per aver completato il mio primo vero Ultratrail con distanze e dislivelli che per me erano quasi impensabili fino a qualche anno prima…


 

Il 3 agosto mi scrive Alberto, pensare che loro sono già al lavoro da un bel pò per l’organizzazione di questo evento mi fa capire quanto sia difficile, impegnativo e stressante…
ciao Alan! segnato come volontario DBT ok? Apripista o scopa indifferente, sto raccogliendo adesioni e combinando le persone
Ok Alberto, ti lascio la mia mail per tutti i dettagli“.

Verso fine mese mi arriva una mail lunghissima con spiegati tutti i dettagli di tutta la gara:
– mappa, roadbook,  cancelli orari, partenze lunga, partenze corta, partenze apripista sul percorso lungo e sul percorso corto, materiale da integrare nel caso in cui qualche buon tempone tolga le balise e tantissime altre informazioni.

Penso di fare la scopa, non ho mai fatto il sentiero che passa da Malga Spora e sale al Passo della Gaiarda, quindi me lo voglio vedere, poi quest’anno non sono molto allenato, fare la lunga significherebbe non riuscire a garantire un servizio completo e sicuro e per me una insignificante sofferenza.
Qualche giorno prima le previsioni meteo prospettano un week end piuttosto umido e fresco, quindi l’organizzazione per motivi di sicurezza decide di applicare alcuni cambiamenti che durante il breefing serale del venerdì vengono comunicati ai concorrenti.

La gara

il 09 settembre alle 7.30 parte il Dolomiti di Brenta Trail 45km percorso “corto”, le scope sono pronte, siamo in 6, sembra un numero eccessivo ma vi assicuro che così non è… lo capirete poi…
Parte la gara e dopo il via ufficiale la prima cosa che mi fà strano è che noi non dobbiamo correre!!! Sembra quasi divertente!!!
Vedo la Fede con un magnifico striscione che ineggia il Trail Running Brescia, la saluto e faccio con lei e il “Pres” una foto.

IMG-20170910-WA0004.jpg

Io, Michele e Fede con lo striscione “Forza TRB”

E’ ora di incamminarci, fa freschetto ma noi cominciamo subito a darci da fare, bisogna pulire tutto.
Qualsiasi nastro giallo, tabella e quant’altro va raccolto e messo nel sacchetto di plastica.
Iniziamo con il togliere i nastri che ci sono nel paese a Molveno per poi seguire il percorso gara a debita distanza dagli ultimi concorrenti.
Oltre alla pulizia di tutto, il compito della scopa è anche quello di passare dalle postazioni e dai cancelli nei giusti orari, per tanto cerchiamo di essere ad Andalo per le ore 8.50, per l’effetto dell’anticipo orario.
Questo ovviamente comporta ad un’andatura che il più delle volte non coincide con la propria.
Si pensa che sia più facile andare “piano”, ma non lo è, a volte è solo più stressante.
Arrivati ad Andalo quindi decidiamo di rifugiarci nel solito bar già visitato in passato durante l’edizione 0, per un gustoso caffè con Brioches, mentre la coda del gruppo si sta dirigendo verso la salita del “Pegorar”.

Usciti, passiamo il paese per addentrarci sul sentiero 301 che sale ripido sino a Malga Cavedago.
Salutiamo i volontari che ci stanno aspettando, sbalisiamo il tutto e li ringraziamo, loro ci augurano in bocca al lupo visto che il tempo si è già guastato e ha iniziato a piovere.


Fortunatamente però, siamo entrati nel bosco e non abbiamo grosse difficoltà in quanto i pini ci riparano.
Iniziamo a risalire il bosco, umido e la fatica oggi si sente di più…
Una chiacchiera dopo l’altra incrociamo la coda del gruppo e a debita distanza cerchiamo di proseguire con il nostro lavoro, le nostre chiacchiere quando prima di arrivare sulla forestale che porta al primo ristoro incontro Elena, che mi comunica il suo ritiro dalla gara, un vero e proprio peccato per un’atleta così doversi ritirare, sopratutto perchè questa è la sua gara di casa e lei aveva ottime possibilità…
Michele tramite radio comunica alla base (Molveno) il numero pettorale e il nome dei ritirati che mano a mano incontriamo durante il percorso.

Arriviamo sull’ultima concorrente, che in realtà sin dal collegamento Molveno – Andalo la abbiamo a vista d’occhio, è una signora di mezza età di nazionalità russa, Tamara il suo nome, sarà una vera e propria barzelletta accompagnarla…
Al suo passo, arriviamo sino a Malga Cavedago, nella piana magnifica di “Campo Spora” dove facciamo tappa all’omonima malga per un caffè.

IMG-20170910-WA0000

Campo Spora e l’omonima Malga

All’interno della Malga hanno dormito alcuni volontari che effettuano il presidio nella parte del percorso lungo, quella del Torrion, Malga Termoncello e Flavona.
Un profumo di carne invade le nostre narici e numerose volte ci ripromettiamo di fermarci li e non ripartire più!!!
Cerchiamo di dare un vantaggio smodato alla russa e ripartiamo dopo un pò in direzione Passo della Gaiarda.
Il tempo per fortuna si è un pò assestato, non piove ma ce un venticello frizzante, per me si traduce in un metti/togli di giacchetta anti-vento…
Ahimè il sogno di poter procedere a passo normale si infrange dopo qualche centinaio di metri in direzione Gaiarda, difatti poco prima del passo reincontriamo la russa, che, con molta nonchalanche sta scattando delle fotografie al Brenta totalmente annebbiato….
Arriviamo al Passo Gaiarda, il tempo ritorna ad essere insidioso, vento e acqua ci accolgono!!

Noi ci fermiamo per ripulire, le russe signori e signore, diventano 2……. è una TRAGEDIA
Questa non ci voleva, un’altra concorrente in coda al gruppo si unisce al nostro team, ormai Tamara è pressata come la segatura dei tronchetti per il fuoco dell’OBI, gli siamo ai talloni, ma lei sembra non vederci, si ferma, fà foto, è smarrita, non capisce… e noi con lei….
Una piacevola discesa ci accompagna verso il bivio del sentiero 301/371 dove è presente una delegazione di volontari che fanno la spunta dei passaggi per il percorso lungo e corto.
Lei non corre, CAMMINA… anche in discesa, anche in piano….
Ci fermiamo con i volontari e incitiamo un pò di concorrenti che provati risalgono dal Campo Flavona in direzione Passo del Grostè.
Il tratto fino al Passo è speciale, una serie di su e giù non troppo impegnativi ci permette di recuperare la coda del gruppo in un batti baleno, così mi piazzo dietro la russa e la scorto come quando porti il cane giù da basso a fare pipì…

20170909_122846

in direzione Grostè le due scope Mombelli e Totaro

Mi fermo un’attimo poco prima del passo, sento un forte vento quindi metto la ventina, 30 secondi e sono pronto, si ferma anche lei, vuole mettere la ventina… interminabili minuti di tremoliii mi invadono come uno tsunami…..

Al passo Grostè fa molto freddo appunto ed è meglio non star molto, e mentre la russa si ferma a far foto io me la corro fino al ristoro del Rifugio Graffer per darmi una riscaldata, un cambio maglietta e l’immancabile goccio di caffè!

Il Graffer è anche un punto piuttosto importante e selettivo per il percorso, “Il cancello orario”, da qui si dividono anche in due percorsi, quindi in seguito a esigenze organizzative le scope della lunga che ancora sono impegnate dietro arrivati al Rifugio abbandoneranno poi il loro lavoro e scenderanno con l’organizzazione per tornare a Molveno.
Noi della corta ci dividiamo in due gruppi (vedi che 6 componenti erano giusti?), in 4 proseguiamo a sbalisare tutto il percorso fino al Tucket, gli altri due scenderanno sino a Malga di Vallesinella facendo la stessa cosa, per poi risalire al Rifugio Casinei facendo la cernita degli atleti da fermare in quanto arrivati in ritardo sul cancello.

In quel momento prendo in mano la radio e inizio anche io ad esser parte protagonista nella comunicazioni, la cosa mi piace molto, un pò per il mio passato di soccorritore volontario con il 118, (ora 112) e un pò perchè sono sempre stato appassionato di radiocomunicazioni.

Arriviamo al Tucket e abbiamo un abbandono scopa per problema al ginocchio, quindi lasciamo che torni a valle comunicandolo all’organizzazione mentre noi aspettiamo al Rifugio Tuckett gli altri due componenti che stanno risalendo dal Casinei.
Al Rifugio Tuckett noto una certa confusione, il ristoro quest’anno è all’interno fortunatamente, ma è presidiato a mio avviso con poca autorità.
Quindi tocca fare a noi scope lo sporco lavoro, fermare chi, arriva dopo il cancello orario.

Per un motivo che ancora non riesco a comprendere, forse per un magico dono dell’obiquità le due russe sono allo stesso ristoro. Entro e faccio finta di non vederle, mentre mi rifocillo e inizio a prepararmi per la “tappa” successiva.
Mi assicuro della posizione di Michele (l’altra scopa) e lo aspetto mentre consiglio alla due russa più veloce “The gate closes in 5min”, mi guarda mi sorride e mi dice “I have to go!!!”
“E de corsa anca”……
L’altra se ne sbatte, mangia, si rifocilla, si guarda in giro e solo dopo un pò la vedo uscire e andare a colloquio con la sua compatriota.
Le vedo sparire dalla porta del Rifugio…
“Dai che questa è la volta buona che non le vedo più almeno fino a Bocca di Brenta”!!!!!
Alle 15.45 chiude il cancello sulla lunga, con un signore che è l’addetto alla rilevazione dei chip aspettiamo gli ultimi concorrenti.

IMG-20170910-WA0013

Bocca di Tuckett dal Rifugio (foto di Gabriele – Senza Freni)

Devo dirli di non chippare quelli che passano perchè sono da ritirare, altrimenti questo avrebbe chippato pure i caprioli se fossero passati di li….
Comunico il numero dei runner che non sono riusciti a superare il cancello, sorbendomi una serie di critiche che sinceramente non comprendo.
“Ma noi non ce l’abbiamo con voi scope, ma l’organizzazione allora poteva far partire la gara un ora prima, in Francia i cancelli sono lunghissimi”
A un certo punto sbotto ma con delicatezza…
“Signora, i cancelli in Francia sono e restano in Francia, qui siamo in Italia e io sono costretto a fermare chi passa dopo le 15.45, perchè in seguito ad un previsto peggioramento delle condizioni meteo il percorso non diventa più adatto e sicuro per farvi procedere”…
Forse lo hanno capito e insieme a un gruppo di volontari presenti al Tucket, all’arrivo di Michele si avviano verso Vallesinella, dove un pulmino li riporterà alla base.

20170909_145818.jpg

Verso il Brentei

Finalmente siamo di nuovo tutti uniti, quindi ci sbevazziamo una birra in 3 e ripartiamo di “corsa” finalmente verso il Brentei, giù dal sentiero del Fridolin!!!
Arrivati al bivio con il sentiero che sale dal Vallesinella noi proseguiamo verso il Brentei fino a quando succede il previsto….
La russa ricompare… Così questa volta consci del fatto che effettivamente lei ha tutte le carte in regola per arrivare fin li, ma sempre rosicando al minuto sul cancello, decido di mettere a conoscenza la base.
La sicurezza che non riesca a passare il cancello della Bocca di Brenta è scontata, oltre al fatto che verso il Rifugio sta iniziando a piovere copiosamente e anche grandi bei goccioloni…

20170909_170429.jpg

Rifugio Brentei e lo straziato Canalone Neri

Arrivati al ristoro del rifugio, ci sono due ragazze alle quali spieghiamo subito la situazione, mi fanno entrare in cucina per parlare con uno dei gestori e cerchiamo di trovare una soluzione.
A malincuore da una parte ma con una gran sollievo dall’altra sono costretto a far scendere la russa con due ragazzi (Paola e Marco) che stavano facendo le scope con noi…
Rimaniamo in 4, Alan, Luigi, Michele e Gabriele, con un’unico obbiettivo, arrivare al Pedrotti per the caldo.

Sotto una fitta pioggia mi imbacucco con tutto il materiale antiacqua che ho con me e mi incammino verso la Bocca di Brenta….
Tempo di uscire dal Brentei, fare il sentiero e iniziare a corricchiare il traverso che porta sino alla base della Bocca, che mi vedo una sagoma nera camminare verso di me in direzione sbagliata…
“Oh mio Dio…. cosa potrà mai succedere ora?!” dico tra me e me…
La seconda Russa corre verso di me con due occhi che sembra avesse visto lo Jeti…. La avvicino e il nostro dialogo è molto striminzito ma efficace.
“Is the wrong way!” le dico
“I dont go here!!!” mi risponde girandosi e puntando il dito verso Bocca di Brenta che era praticamente nascosta da un nuvolone nero orrendo…
“WTF Why???” rispondo
“No No i dont go here” continua a dirmi….
Ok, calma e sangue freddo Alan, mi giro vedo Luigi e gli urlo “Digli al Michele di comunicare via radio il ritiro della seconda russa”!
“Ok lady, go whit my friend to Brentei! Bye”!!!!!
mi giro e me ne vado, proseguendo il mio percorso dopo essermi assicurato che lei raggiungesse Luigi.

20170909_182503.jpg
Un’altra persona mi viene incontro “EH NO , ADESSO BASTA!!!!”, ma per fortuna è un volontario del Soccorso Alpino, il quale mi comunica che più avanti avrei trovato una postazione di fortuna con una radio e che Luca (uno degli organizzatori) stava scendendo verso di noi!…
Raggiungo la postazione, prendo la radio e senza neanche dire chi sono dico “Luca, non scendere dalla Bocca di Brenta, sul percorso non c’è più nessun concorrente, ci sono solo le scope”.
Raggiungo Luca e per una frazione di secondo l’acqua, il vento, il fastidio esistenziale di quella situazione mi abbandona, lo abbraccio ed esclamo “Oh, sempre qui noi due eh?, che piacere passare da concorrente a scopa!!!”
Dopo averli spiegato bene tutto, decidiamo di proseguire, lui avrebbe ragguinto il Pedrotti insieme a me poi sarebbe andato ad accompagnare i ritirati alla Bocca di Brenta verso Molveno.

20170909_182514.jpg

L’ultima foto, fatta a Bocca di Brenta, poi l’imperativo era SCENDERE!!!

Risaliamo, cerco di stare al suo passo, ce la faccio penso fino a 1/3 della salita, quando lui mi chiede “Facciamo la ferrata?”
OVVIO!!!!
Taglio così l’infernale colatoio sassoso di pietre ghiaia che risale alla bocca quando ad un certo punto sento “Alan, io vado intanto su…” come se Luca dovesse scusarsi del fatto che è un mostro in salita e io con l’allenamento che ho sto sputando organi per stargli dietro.
Arrivo al Pedrotti che lui è già ripartito con i concorrenti che lo stavano aspettando, io sono solo entro, dopo aver salutato la splendida famiglia Nicolini, vedo con piacere che Kikko il vincitore della corta è già al lavoro e che Elena che si era precedentemente ritirata è già tornata su da casa…. (Alieni….)
Mi offrono un the caldo che non rifiuto, cerchiamo alla bene e meglio di mangiare qualcosa dal ristoro poi sento che arrivano gli altri 3, finiamo le libagioni e finalmente possiamo fare il nostro passo.
Ci fiondiamo a Molveno ma prima ci aspettano 10km e 1600m d- in discesa….
Voglio capire la mia forma, anzichè andare giu dal sentiero prendo il ghiaione che sta a destra del Rifugio Tosa (ora adibito come ricovero invernale e non solo), la discesa è da cardiopalma, le gambe stanno bene stranamente, e mi evito una serie di tornantini stressanti che lascio a fare agli altri, fino quando bene o male arrivo in zona Massodi.
Ci ricongiugiamo e scendiamo.

Una piccola pausa per salutare Michele al Rifugio Selvata e riprendiamo il percorso ormai con il frontalino acceso.
Scendiamo scendiamo, corriamo corriamo, ma “Michelee!!! Questo non credo sia il sentiero giusto, questo porta in val delle seghe, non verso il Rifugio Altissimo!
OOOOOPS…..
Senti, chiama giù via radio e sentiamo che dicono….
Dopo una fitta comunicazione con la base ci informano che dobbiamo scendere subito, le condizioni sono proibitive (ma dai???? sto prendendo 100.000 colonne di acqua al secondo….), e che sul percorso c’è Luca che ancora sta accompagnando il restante dei ritirati del Pedrotti a Molveno.
Ottimo, allora noi ci fiondiamo giù verso Molveno, dove arriviamo alle ore 21.00 circa.
Ma vuoi mettere non passare dal traguardo? Così ci rifacciamo il primo pezzo della gara svoltando poi verso il Lago e andando a chiudere così definitivamente il nostro giro di chissà quanti km e chissà quanto dislivello.
Da alcuni calcoli sembrerebbe un 44km 2800d+ quindi solo pochi km in meno del percorso gara.

Siamo arrivati, siamo felici, sono felici, siamo bagnati…  siamo ultimi, siamo scope!!!!

PS: Una piccola riflessione vorrei farla, di quelle piccanti, di quelle che probabilmente daranno fastidio a molti, di quelli che “ma si, cosa vuoi che sia”… Da una parte posso dar ragione, dall’altra no, perchè ormai sappiamo dove viviamo, sappiamo come ragioniamo, sappiamo come ci comportiamo….
Sò di per certo anche se non ero presente che durante il Breefing del venerdì è stato consigliato un determinato materiale obbligatorio, tra questo figuravano braghe a 3/4, zaini equipaggiati con materiale da acqua ecc ecc…
Di certo sò di essere una persona piuttosto puntigliosa, ma ahimè anche solo riguardando le fotografie talvolta non vedo rispettate le regole, che, nel caso di incidente potrebbe rivelarsi molto pericoloso… E’ un appunto, per la sicurezza, come ho spiegato dei cancelli e dei restringimenti orari a quei concorrenti che la prendevano per il sottile, anche questo argomento mi sta molto a cuore….
L’importante comunque è che ci siamo divertiti, non ci sono stati incidenti tutto è filato liscio nonostante le pessime condizioni meteo e si sono visti tanti sorrisi e anche tanta tensione positiva data dalla volontà degli organizzatori che tutto si svolgesse per il meglio!

 

Annunci

Carè Alto 3465m – Via Cerana

Il Carè Alto è una montagna delle Alpi Retiche meridionali, conosciuta anche come la regina del Gruppo dell’Adamello, con i suoi 3462m è la più alta della dorsale nord-sud e il suo profilo svetta in ogni parte del Trentino.
Sin dalla prima gita in montagna ogni volta che mi fermavo a contemplare il panorama, una piramide mi continuava ad osservare, come quasi fosse li a dire “Che aspetti? Vieni a trovarmi!”.
Con un collega avevamo provato ad avvicinarci durante una gita, partendo dal Lago di Bissina per poi salire il Passo delle Vacche, sul suo versante Sud/Ovest, ma giunti al passo in quei tempi io non ero in grado di poter proseguire causa il mio insufficiente allenamento.
Quest’anno invece l’allenamento è decisamente migliore rispetto a quei tempi e i tempi sono decisamente più maturi, ho più esperienza di montagna, di fatica e penso di averne parlato così tanto ai miei amici che non andare a farlo sarebbe stata una delusione per me.
Ho così chiamato una persona che aveva captato la mia voglia di salirlo e voleva mettersi a disposizione anche per tirare fuori un pò di vecchia attrezzatura che aveva lasciato da parte per ottimi motivi personali.
Ho capito subito che era una persona di cui potevo fidarmi, per un sentore mio personale, una sensazione che mi ha dato fiducia e mi sono messo nelle sue mani, e lui, come me, si è fidato di me e insieme abbiamo superato alcune difficoltà che racconterò, non da principianti.

Decidiamo che il giorno giusto è il 6 agosto 2016, io non ho bisogno di allenamento, perchè sono in piena stagione “agonistica”, i numerosi Ultratrail ai quali ho partecipato in regione e fuori sono davvero un ottimo valore aggiunto per il quale mi sento davvero carico e sicuro di me, questo è importantissimo perchè di testa ho bisogno di sentirmi così per superare certe difficoltà.

C’è da dire che solitamente sono un solitario, infatti fin dove posso cerco sempre di andare da solo, come si è visto nella mia esperienza di solitaria alla Presanella, o a tantissime altre cime, ma questa, la regina, non si può sottovalutare in nessun modo e io porto gran rispetto.
In particolare il punto chiave è l’arrampicata di terzo grado che va fatta partendo dalla vedretta sotto la cima e che rimonta la Cresta Est, via che noi abbiamo deciso di salire.

partenza

Attrezzatura e zaino di partenza

Sono le ore 02.00 quando io e Paolo ci ritroviamo davanti a casa mia, da li proseguiamo nel buio sino a Spiazzo dove giriamo a sinistra e ci arrampichiamo con l’auto verso la Val di Borzago, arrivati al parcheggio di Pian de la Sega 1280m.
Prepariamo tutta l’attrezzatura, decidiamo così di salire sino al Rifugio Carè Alto con le scarpe da Trail per rendere meno rognosa la salita che caratterizza questo rifugio come dura e aspra.
Sono circa le 4.10 e partiamo, la forma fisica è perfetta, la temperatura è buona e l’umidità è spropositata, sudiamo 7 camicie, per arrivare sino al Rifugio.
I giorni precedenti mi è stato detto dal gestore del Rifugio che sulla Cima ha nevicato in modo eccezzionale per il periodo, infatti ad Agosto è effettivamente una sorpresa vedere la cima parzialmente imbiancata da un candido manto.

IMAG3119.jpg

Carè Alto Cresta Est dalla Vedretta Est

Passiamo dalla Malga Coel di Pelugo 1423m continuando su questi scalini in granito che ad ogni passo sembra di fare uno squat completo, solo un piccolissimo tratto di pianura ridà fiato e ossigeno ai nostri muscoli, ma noi a testa bassa proseguiamo fino al Rifugio.

P1100740.JPG

Malga Coel di Pelugo

E’ ancora buio infatti, non stiamo tanto a guardaci intorno perchè non c’è nulla da vedere, la luce delle nostre frontali si scontra con le particelle d’acqua che l’alta umidità rilascia nell’aria, sembra di stare nel Bormeo!
Passiamo in serie, Malga Niscli 1960m e Malga Zoccolo per poi puntare direttamente ai 2459m del Rifugio Carè Alto.

IMAG3117.jpg

L’inizio dell’alba

Giungendo al Rifugio ci soffermiamo qualche minuto ad ammirare l’alba che splendida ci investe di luce e calore.
Sono le 6.16, siamo stati piuttosto svelti a salire, la frescura e la voglia di Carè mi fa tenere il passo piuttosto arzillo, Paolo segue come un fedel soldatino, lui ha penso 10 volte la mia gamba, poi scoprirò una cosa shoccante per le mie orecchie, ma lo racconterò poi…

IMAG3118.jpg

L’Alba dal Rifugio

Ne approfittiamo per lasciare gli zaini al sole asciugarsi ed entrare nel Rifugio che deserto non si è ancora svegliato, a parte il figlio del gestore che ci accoglie.
Io bevo un the caldo e Paolo mangia qualcosa, chiediamo delle condizioni della cresta e ci viene spiegato che non ci sono difficoltà rilevanti rispetto al solito, la neve dovrebbe sciogliersi velocemente e non c’è pericolo di sorta.
Fiduciosi e carichi cambiamo hardware e passiamo dalla scarpetta minimale allo scarpone da alta montagna e partiamo verso l’itinerario della Cresta Est (o Via Cerana).
Da dietro al Rifugio seguiamo le indicazioni per la Bocchetta del Cannone, che raggiungiamo dopo circa 45min di cammino passando da alcune roccette.

 


Giunti alla Bocchetta del Cannone 2850m ci scattiamo qualche foto e raggiungiamo una cordata che era partita la mattina dal rifugio, il loro passo mi spaventa, sono molto lenti, lui uno del luogo e due ragazze non proprio del luogo ci salutano e noi gli diamo appuntamento sotto la paretina.

Scendiamo pochi metri e saliamo sulla morena che innevata ci permette una progressione più comoda ma senza non pochi grattacapi, la pendenza infatti ad un certo punto si fa abbastanza ostile e siamo costretti per qualche decina di metri a calzare i ramponi.
Sotto ovviamente c’è ghiaccio, siamo circa a 2950m quando arriviamo sotto la paretina.


Siamo al punto chiave, io inizio ad avere un pò di ansia, ma cerco di non pensarci, è una cosa che devo e voglio affrontare a testa alta senza farmi prendere dalla paura, Paolo inizia a preparare il materiale, io scatto qualche foto e lo aiuto nelle formalità della cordata.

P1100771.JPG
La parete è una placca appoggiata di circa 30metri con intagli di ogni tipo che salgono verticali o orizzontali e permettono una facile progressione, ma per chi, come me, non arrampica così spesso, possono cmq dare qualche grattacapo.


Invece, una volta arrivato in cima, Paolo mi fa da assicuratore mentre io risalgo la parete, la corda che ho legata alla vita mi dà la sicurezza psicologica durante la progressione, ma mi accorgo che durante tutta la salita non è tesa a sufficienza non per mancanza di professionalità o di sicurezza da parte del capo cordata ma perchè voglio dentro di me affrontare questa parete con le mie gambe e la mia testa, non voglio farmi tirare su, è contro il mio orgoglio e sò, che ne ho le possibilità.
Quindi lentamente ma con convinzione e determinazione mi arrampico i 30m di parete e arrivo in cima alla Cresta Est.
Da qui il panorama è ancora più bello anche se piuttosto esposto e non essendo molto abituato all’esposizione devo concentrarmi un pò per non farmi venire le paturnie!!

Mentre il signore bestemmia dietro alle ragazze io e Paolo decidiamo di continuare la cresta, ma non prima di chiederli “Quanto mancherà da qui alla cima?”
“Un oretta e mezza circa se andate a passo normale”!

Non appena siamo sul versante Nord mi si gela il sangue, io e Paolo ci guardiamo e decidiamo di proseguire.
Le condizioni sono pessime, diverse da quelle che ci aspettavamo, la roccia non si vede, la via neanche, dobbiamo fidarci di noi stessi e in “conserva” iniziamo la nostra arrampicata.
Se la paretina mi sembrava il punto chiave, questa cresta così innevata e piena di ghiaccio mi sembra il doppio punto chiave.

P1100783.JPG

Uno sguardo verso il versante S/O

La situazione è particolare, non è nè pulita, nè completamente ghiacciata, i sassi sono molto viscidi e scivolosi, il permafrost non esiste più e le rocce sono parzialmente instabili, la neve ha ricoperto i pochi ometti che davano un’indicazione verso la Cima e noi avanziamo metro dopo metro come se camminassimo a modalità gatto.
Più di una volta ho avuto paura e lo ammetto a me stesso ma anche a Paolo, lui ogni tanto si gira e vedo che in volto non è più sereno e pacato come l’ho imparato a conoscere e questo mi dà l’idea di quanto la situazione è delicata, ma noi siamo una squadra davvero invidiabile e ce ne freghiamo seppur con coscenza e proseguiamo.

FB_IMG_1470649092943

Sorrisi accennati in vista della Croce di Vetta

Dopo 2 ore da quando siamo rimontati sulla Cresta, arriviamo all’altro cannone.
Come da relazione abbiamo percorso tutta la cresta sul lato Nord evitando di andare a incastrarci sul lato Sud che a picco punta sulla Vedretta dalla quale siamo saliti.
Vedo le baracche e la teleferica e ancora non vedo la croce di vetta.
Proseguiamo e dopo circa una mezzoretta arriviamo all’anticima, vedo la Croce, ma il tempo inizia a guastarsi.

Alan Carè Alto

Anticima a pochi metri dalla croce

Siamo in una nuvola o in un nebbione terribile e anche la parte sommitale della Cima è completamente rivestita di ghiaccio a chiazze, il chè ci impiegherebbe ancora almeno 1 ora per risalirla e ridiscenderla in sicurezza.
Mi giro, guardo Paolo e accenno ad un sorriso, ma lo sò che dentro di me si sta scatenando l’inferno, sono triste, ho la croce a 20metri e non posso andare a toccarla, sò che per la nostra sicurezza ci conviene volta a destra andando a prendere di nuovo la parete Nord da dove risale la via normale (che tanto normale non è), perchè è già tardi e perchè le nebbie stanno diventando davvero tremende.
Penso ai 3 ragazzi incrociati poco prima e sono preoccupato.

Iniziamo a scendere verso la via normale, che si rivela divertente.

IMAG3123.jpg
Nella prima parte c’è da stare attenti in quanto le rocce sono instabili e il permafrost ormai è quasi diventato un’utopia lassù.
Arriviamo in un punto di calata, dove a valle si forma una sottospecie di V appoggiata che scende, noi per fare prima attrezziamo velocemente una doppia e scendiamo sino al pinoro dove c’è la vera e propria calata con anello che indica anche l’inizio della Via normale.

DSCN2826.JPG

La prima calata sulla via Nord

Siamo molto piu rilassati rispetto a quando eravamo sulla cresta infatti già si sente nell’aria la voglia di scherzare e di chiacchierare, cosa che prima la tensione non ci permetteva di fare, riuscivamo solo a scambiarci sguardi e io che chiedevo a lui di aspettarmi nonostante la conserva perchè il mio passo era decisamente più lento e meno esperto, lui mi confida anche che era da tempo che non faceva più cose alpinistiche.

DSCN2829.JPG

Secondo punto di Calata e arrivo del primo tiro sulla via normale

Finita la calata, divertente e spettacolare arrivo sul ghiacciaio, attendo che anche lui si cali e insieme formiamo una cordata per superare tutta la Vedretta di Lares, tenendo come punto di riferimento uno sperone di roccia conosciuto anche come Sass del la Stria.


A passo quasi ciondolante tiriamo fuori le ultime energie e ci attraversiamo il ghiacciaio, fino ad incontrare un pianoro dove ci gettiamo a capofitto, godendoci una meritata pausa, io sono sciupato dalla sete, mi evaporo una bottiglietta d’acqua in un batti baleno mentre Paolo si allontana per scattare qualche foto!


Lui probabilmente avrebbe rifatto il giro, si, infatti per lui questo è un’allenamento, per me è la gita della vita sulla montagna dei miei sogni, su quella piramide che ho sempre sognato e dove si è costruita la storia dell’Italia e non solo.
Il Carè Alto è stato teatro di battaglie durante la Prima guerra mondiale, sede di scontri violenti tra l’esercito Italiano e quello Austriaco.
Per me è come aver scalato un monumento, a cui è stato necessario chiedere permesso.

DSCN2837.JPG

Relax in spiaggia

Finita la pausa ci ricomponiamo, mettiamo via l’armamentario e ci dirigiamo verso il Bus del Gat, il sentiero non ti molla mai, sassi e terreno scivoloso lo fanno da padrone, tranne che per un breve tratto anche qui di totale pianura dove le nostre gambe si rigenerano.
Dopo circa 3 ore da quando abbiamo toccato il ghiacciaio della Vedretta di Lares arriviamo al ponte tibetano sospeso, che per me indica che siamo in vicinanza del Rifugio.
Inizia a farmi male davvero tanto il mio piede, un problema che mi tiro dietro da qualche mese e che con questi scarponi sta diventando devastante.
Non vedo l’ora di tornare al rifugio e rimettere i piedi nelle mie comode scarpe morbide e basse.


Sono le 18.20 e siamo arrivati al Rifugio, entriamo che sembriamo appena ritornati da una missione in miniera, tutti ci guardano e noi raccontiamo la nostra avventura.
Io parlo col gestore e gli dico che siamo preoccupati per la cordata che ci precedeva, infatti lui si mette in contatto con l’altro Rifugio il Rifugio ai Caduti dell’Adamello dove i ragazzi erano intenzionati ad andare.


Io mi rifiuto di credere che loro in giornata riescano ad arrivare fin li, in quanto noi con un ottimo allenamento ci abbiamo messo molto tempo, loro a giudicare dal passo che avevamo potuto osservare all’inizio non sarebbero neanche arrivati al ghiacciaio…
Intanto ci buttiamo giu una minestra condita da formaggio grana, una birra abbondante e festeggiamo così la nostra impresa.
Poco dopo cena il gestore ci informa che il ragazzo ha telefonato e che sono alle ore 19.30 scendendo dalla normale del Carè.
Dentro di me penso, “per fortuna che quel ragazzo era la sesta volta che lo faceva”, e mi ripeto che se io dovessi mai essere così presuntuoso da portare delle persone su una montagna così e in quelle condizioni non me lo sarei mai potuto perdonare, rischiando grosso con le loro vite e con la mia.
Credo che bisogna essere allenati e pronti a saper scappare da certe situazioni anche quando le gambe non vanno e la testa le blocca, loro a mio avviso hanno avuto grosse e serie difficoltà innanzitutto perchè erano lenti, poi perchè con la strada già tracciata da noi sono riusciti davvero ad arrivare dove erano in un tempo spropositatamente lungo.

Noi però intanto salutiamo tutti e si incamminiamo verso l’auto che raggiungiamo circa dopo 2 ore.
Nello scendere il sentiero fatto la mattina al buio ci permette di poterci guardare intorno, beh, potessi rifarlo al buio sarebbe meglio, è osceno, sopratutto in discesa, sopratutto dopo una giornata così, ma quando arriviamo all’auto non mi sembra vero e gioisco dentro di me.
Tolgo le scarpe e indosso le ciabatte promettendo a me stesso che non avrei mai messo più quegli scarponi almeno fino a quando il mio piede non potesse stare meglio.
Sono circa le 21 e il giorno si prepara a far posto alla notte, diamo indicazioni a due ragazzi che al Pian de la Sega stanno pernottando in tenda per prepararsi alla salita il giorno dopo.
Spengo l’orologio che segna circa 20km e 2100m di dislivello, che fatti in giornata su quei terreni difficili e tecnici per me suonano come una gran soddisfazione.
Volevo conquistarlo il Carè, ce l’ho fatta, mi manca di toccare la croce, ma tornerò, gliel’ho promesso, per abbracciarla e dirle grazie, per avermi permesso di andare lassù.

Devo ringraziare davvero tanto Paolo, che ha avuto molta pazienza, si è fidato di me, mi ha accompagnato in un sogno.
Sò che gli ho risvegliato la vena alpinistica che da tempo aveva assopito per via della famiglia, spero in cuor mio di avere ancora grosse soddisfazioni con lui in ambito alpinistico e di iniziare ad affrontare altre sfide nuove ed emozionanti come lo è stata questa.