Dolomiti di Brenta Trail – Servizio Scopa

Avete mai scopato??
Non siate maliziosi, sapete di cosa parlo…
Fare la scopa ad una gara è un esperienza che potrei consigliare, ma non a tutti.
Ci vuole innanzitutto un buon allenamento, un infinita pazienza, una giusta dose di determinazione e attitudine al dialogo multilingua, sopratutto se si tratta di un trail internazionale, che si svolge in uno degli angoli più belli del Trentino e riconosciuto come Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, le Dolomiti di Brenta.

La gara, ovviamente, si chiama “Dolomiti di Brenta Trail” ed è organizzata da Trentino Trail Running con il supporto di associazioni di volontariato, ma anche dal corpo dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Alpino e dei volontari della Croce Bianca Paganella.
Questo è il terzo anno, ufficialmente il secondo di gara, in quanto l’edizione 0 come in quasi tutti i trail (e aggiungo nei trail SERI), viene dedicata alla conoscenza del percorso e al “collaudo” dei cancelli oltre che a collaudare e testa la macchina organizzativa.

Dopo aver partecipato con estremo entusiasmo alle prime due edizioni percorrendo il percorso lungo, quest’anno decido di passare dall’altra parte della barricata.
Nel 2016 sono partito con il numero 1 gentilmente “regalatomi” dai ragazzi del TTR, che ho con orgoglio portato fino al traguardo, l’anno prima all’edizione autogestita, arrivai al buio in penultima posizione, ma in lacrime per la soddisfazione che provai per aver completato il mio primo vero Ultratrail con distanze e dislivelli che per me erano quasi impensabili fino a qualche anno prima…


 

Il 3 agosto mi scrive Alberto, pensare che loro sono già al lavoro da un bel pò per l’organizzazione di questo evento mi fa capire quanto sia difficile, impegnativo e stressante…
ciao Alan! segnato come volontario DBT ok? Apripista o scopa indifferente, sto raccogliendo adesioni e combinando le persone
Ok Alberto, ti lascio la mia mail per tutti i dettagli“.

Verso fine mese mi arriva una mail lunghissima con spiegati tutti i dettagli di tutta la gara:
– mappa, roadbook,  cancelli orari, partenze lunga, partenze corta, partenze apripista sul percorso lungo e sul percorso corto, materiale da integrare nel caso in cui qualche buon tempone tolga le balise e tantissime altre informazioni.

Penso di fare la scopa, non ho mai fatto il sentiero che passa da Malga Spora e sale al Passo della Gaiarda, quindi me lo voglio vedere, poi quest’anno non sono molto allenato, fare la lunga significherebbe non riuscire a garantire un servizio completo e sicuro e per me una insignificante sofferenza.
Qualche giorno prima le previsioni meteo prospettano un week end piuttosto umido e fresco, quindi l’organizzazione per motivi di sicurezza decide di applicare alcuni cambiamenti che durante il breefing serale del venerdì vengono comunicati ai concorrenti.

La gara

il 09 settembre alle 7.30 parte il Dolomiti di Brenta Trail 45km percorso “corto”, le scope sono pronte, siamo in 6, sembra un numero eccessivo ma vi assicuro che così non è… lo capirete poi…
Parte la gara e dopo il via ufficiale la prima cosa che mi fà strano è che noi non dobbiamo correre!!! Sembra quasi divertente!!!
Vedo la Fede con un magnifico striscione che ineggia il Trail Running Brescia, la saluto e faccio con lei e il “Pres” una foto.

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Io, Michele e Fede con lo striscione “Forza TRB”

E’ ora di incamminarci, fa freschetto ma noi cominciamo subito a darci da fare, bisogna pulire tutto.
Qualsiasi nastro giallo, tabella e quant’altro va raccolto e messo nel sacchetto di plastica.
Iniziamo con il togliere i nastri che ci sono nel paese a Molveno per poi seguire il percorso gara a debita distanza dagli ultimi concorrenti.
Oltre alla pulizia di tutto, il compito della scopa è anche quello di passare dalle postazioni e dai cancelli nei giusti orari, per tanto cerchiamo di essere ad Andalo per le ore 8.50, per l’effetto dell’anticipo orario.
Questo ovviamente comporta ad un’andatura che il più delle volte non coincide con la propria.
Si pensa che sia più facile andare “piano”, ma non lo è, a volte è solo più stressante.
Arrivati ad Andalo quindi decidiamo di rifugiarci nel solito bar già visitato in passato durante l’edizione 0, per un gustoso caffè con Brioches, mentre la coda del gruppo si sta dirigendo verso la salita del “Pegorar”.

Usciti, passiamo il paese per addentrarci sul sentiero 301 che sale ripido sino a Malga Cavedago.
Salutiamo i volontari che ci stanno aspettando, sbalisiamo il tutto e li ringraziamo, loro ci augurano in bocca al lupo visto che il tempo si è già guastato e ha iniziato a piovere.


Fortunatamente però, siamo entrati nel bosco e non abbiamo grosse difficoltà in quanto i pini ci riparano.
Iniziamo a risalire il bosco, umido e la fatica oggi si sente di più…
Una chiacchiera dopo l’altra incrociamo la coda del gruppo e a debita distanza cerchiamo di proseguire con il nostro lavoro, le nostre chiacchiere quando prima di arrivare sulla forestale che porta al primo ristoro incontro Elena, che mi comunica il suo ritiro dalla gara, un vero e proprio peccato per un’atleta così doversi ritirare, sopratutto perchè questa è la sua gara di casa e lei aveva ottime possibilità…
Michele tramite radio comunica alla base (Molveno) il numero pettorale e il nome dei ritirati che mano a mano incontriamo durante il percorso.

Arriviamo sull’ultima concorrente, che in realtà sin dal collegamento Molveno – Andalo la abbiamo a vista d’occhio, è una signora di mezza età di nazionalità russa, Tamara il suo nome, sarà una vera e propria barzelletta accompagnarla…
Al suo passo, arriviamo sino a Malga Cavedago, nella piana magnifica di “Campo Spora” dove facciamo tappa all’omonima malga per un caffè.

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Campo Spora e l’omonima Malga

All’interno della Malga hanno dormito alcuni volontari che effettuano il presidio nella parte del percorso lungo, quella del Torrion, Malga Termoncello e Flavona.
Un profumo di carne invade le nostre narici e numerose volte ci ripromettiamo di fermarci li e non ripartire più!!!
Cerchiamo di dare un vantaggio smodato alla russa e ripartiamo dopo un pò in direzione Passo della Gaiarda.
Il tempo per fortuna si è un pò assestato, non piove ma ce un venticello frizzante, per me si traduce in un metti/togli di giacchetta anti-vento…
Ahimè il sogno di poter procedere a passo normale si infrange dopo qualche centinaio di metri in direzione Gaiarda, difatti poco prima del passo reincontriamo la russa, che, con molta nonchalanche sta scattando delle fotografie al Brenta totalmente annebbiato….
Arriviamo al Passo Gaiarda, il tempo ritorna ad essere insidioso, vento e acqua ci accolgono!!

Noi ci fermiamo per ripulire, le russe signori e signore, diventano 2……. è una TRAGEDIA
Questa non ci voleva, un’altra concorrente in coda al gruppo si unisce al nostro team, ormai Tamara è pressata come la segatura dei tronchetti per il fuoco dell’OBI, gli siamo ai talloni, ma lei sembra non vederci, si ferma, fà foto, è smarrita, non capisce… e noi con lei….
Una piacevola discesa ci accompagna verso il bivio del sentiero 301/371 dove è presente una delegazione di volontari che fanno la spunta dei passaggi per il percorso lungo e corto.
Lei non corre, CAMMINA… anche in discesa, anche in piano….
Ci fermiamo con i volontari e incitiamo un pò di concorrenti che provati risalgono dal Campo Flavona in direzione Passo del Grostè.
Il tratto fino al Passo è speciale, una serie di su e giù non troppo impegnativi ci permette di recuperare la coda del gruppo in un batti baleno, così mi piazzo dietro la russa e la scorto come quando porti il cane giù da basso a fare pipì…

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in direzione Grostè le due scope Mombelli e Totaro

Mi fermo un’attimo poco prima del passo, sento un forte vento quindi metto la ventina, 30 secondi e sono pronto, si ferma anche lei, vuole mettere la ventina… interminabili minuti di tremoliii mi invadono come uno tsunami…..

Al passo Grostè fa molto freddo appunto ed è meglio non star molto, e mentre la russa si ferma a far foto io me la corro fino al ristoro del Rifugio Graffer per darmi una riscaldata, un cambio maglietta e l’immancabile goccio di caffè!

Il Graffer è anche un punto piuttosto importante e selettivo per il percorso, “Il cancello orario”, da qui si dividono anche in due percorsi, quindi in seguito a esigenze organizzative le scope della lunga che ancora sono impegnate dietro arrivati al Rifugio abbandoneranno poi il loro lavoro e scenderanno con l’organizzazione per tornare a Molveno.
Noi della corta ci dividiamo in due gruppi (vedi che 6 componenti erano giusti?), in 4 proseguiamo a sbalisare tutto il percorso fino al Tucket, gli altri due scenderanno sino a Malga di Vallesinella facendo la stessa cosa, per poi risalire al Rifugio Casinei facendo la cernita degli atleti da fermare in quanto arrivati in ritardo sul cancello.

In quel momento prendo in mano la radio e inizio anche io ad esser parte protagonista nella comunicazioni, la cosa mi piace molto, un pò per il mio passato di soccorritore volontario con il 118, (ora 112) e un pò perchè sono sempre stato appassionato di radiocomunicazioni.

Arriviamo al Tucket e abbiamo un abbandono scopa per problema al ginocchio, quindi lasciamo che torni a valle comunicandolo all’organizzazione mentre noi aspettiamo al Rifugio Tuckett gli altri due componenti che stanno risalendo dal Casinei.
Al Rifugio Tuckett noto una certa confusione, il ristoro quest’anno è all’interno fortunatamente, ma è presidiato a mio avviso con poca autorità.
Quindi tocca fare a noi scope lo sporco lavoro, fermare chi, arriva dopo il cancello orario.

Per un motivo che ancora non riesco a comprendere, forse per un magico dono dell’obiquità le due russe sono allo stesso ristoro. Entro e faccio finta di non vederle, mentre mi rifocillo e inizio a prepararmi per la “tappa” successiva.
Mi assicuro della posizione di Michele (l’altra scopa) e lo aspetto mentre consiglio alla due russa più veloce “The gate closes in 5min”, mi guarda mi sorride e mi dice “I have to go!!!”
“E de corsa anca”……
L’altra se ne sbatte, mangia, si rifocilla, si guarda in giro e solo dopo un pò la vedo uscire e andare a colloquio con la sua compatriota.
Le vedo sparire dalla porta del Rifugio…
“Dai che questa è la volta buona che non le vedo più almeno fino a Bocca di Brenta”!!!!!
Alle 15.45 chiude il cancello sulla lunga, con un signore che è l’addetto alla rilevazione dei chip aspettiamo gli ultimi concorrenti.

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Bocca di Tuckett dal Rifugio (foto di Gabriele – Senza Freni)

Devo dirli di non chippare quelli che passano perchè sono da ritirare, altrimenti questo avrebbe chippato pure i caprioli se fossero passati di li….
Comunico il numero dei runner che non sono riusciti a superare il cancello, sorbendomi una serie di critiche che sinceramente non comprendo.
“Ma noi non ce l’abbiamo con voi scope, ma l’organizzazione allora poteva far partire la gara un ora prima, in Francia i cancelli sono lunghissimi”
A un certo punto sbotto ma con delicatezza…
“Signora, i cancelli in Francia sono e restano in Francia, qui siamo in Italia e io sono costretto a fermare chi passa dopo le 15.45, perchè in seguito ad un previsto peggioramento delle condizioni meteo il percorso non diventa più adatto e sicuro per farvi procedere”…
Forse lo hanno capito e insieme a un gruppo di volontari presenti al Tucket, all’arrivo di Michele si avviano verso Vallesinella, dove un pulmino li riporterà alla base.

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Verso il Brentei

Finalmente siamo di nuovo tutti uniti, quindi ci sbevazziamo una birra in 3 e ripartiamo di “corsa” finalmente verso il Brentei, giù dal sentiero del Fridolin!!!
Arrivati al bivio con il sentiero che sale dal Vallesinella noi proseguiamo verso il Brentei fino a quando succede il previsto….
La russa ricompare… Così questa volta consci del fatto che effettivamente lei ha tutte le carte in regola per arrivare fin li, ma sempre rosicando al minuto sul cancello, decido di mettere a conoscenza la base.
La sicurezza che non riesca a passare il cancello della Bocca di Brenta è scontata, oltre al fatto che verso il Rifugio sta iniziando a piovere copiosamente e anche grandi bei goccioloni…

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Rifugio Brentei e lo straziato Canalone Neri

Arrivati al ristoro del rifugio, ci sono due ragazze alle quali spieghiamo subito la situazione, mi fanno entrare in cucina per parlare con uno dei gestori e cerchiamo di trovare una soluzione.
A malincuore da una parte ma con una gran sollievo dall’altra sono costretto a far scendere la russa con due ragazzi (Paola e Marco) che stavano facendo le scope con noi…
Rimaniamo in 4, Alan, Luigi, Michele e Gabriele, con un’unico obbiettivo, arrivare al Pedrotti per the caldo.

Sotto una fitta pioggia mi imbacucco con tutto il materiale antiacqua che ho con me e mi incammino verso la Bocca di Brenta….
Tempo di uscire dal Brentei, fare il sentiero e iniziare a corricchiare il traverso che porta sino alla base della Bocca, che mi vedo una sagoma nera camminare verso di me in direzione sbagliata…
“Oh mio Dio…. cosa potrà mai succedere ora?!” dico tra me e me…
La seconda Russa corre verso di me con due occhi che sembra avesse visto lo Jeti…. La avvicino e il nostro dialogo è molto striminzito ma efficace.
“Is the wrong way!” le dico
“I dont go here!!!” mi risponde girandosi e puntando il dito verso Bocca di Brenta che era praticamente nascosta da un nuvolone nero orrendo…
“WTF Why???” rispondo
“No No i dont go here” continua a dirmi….
Ok, calma e sangue freddo Alan, mi giro vedo Luigi e gli urlo “Digli al Michele di comunicare via radio il ritiro della seconda russa”!
“Ok lady, go whit my friend to Brentei! Bye”!!!!!
mi giro e me ne vado, proseguendo il mio percorso dopo essermi assicurato che lei raggiungesse Luigi.

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Un’altra persona mi viene incontro “EH NO , ADESSO BASTA!!!!”, ma per fortuna è un volontario del Soccorso Alpino, il quale mi comunica che più avanti avrei trovato una postazione di fortuna con una radio e che Luca (uno degli organizzatori) stava scendendo verso di noi!…
Raggiungo la postazione, prendo la radio e senza neanche dire chi sono dico “Luca, non scendere dalla Bocca di Brenta, sul percorso non c’è più nessun concorrente, ci sono solo le scope”.
Raggiungo Luca e per una frazione di secondo l’acqua, il vento, il fastidio esistenziale di quella situazione mi abbandona, lo abbraccio ed esclamo “Oh, sempre qui noi due eh?, che piacere passare da concorrente a scopa!!!”
Dopo averli spiegato bene tutto, decidiamo di proseguire, lui avrebbe ragguinto il Pedrotti insieme a me poi sarebbe andato ad accompagnare i ritirati alla Bocca di Brenta verso Molveno.

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L’ultima foto, fatta a Bocca di Brenta, poi l’imperativo era SCENDERE!!!

Risaliamo, cerco di stare al suo passo, ce la faccio penso fino a 1/3 della salita, quando lui mi chiede “Facciamo la ferrata?”
OVVIO!!!!
Taglio così l’infernale colatoio sassoso di pietre ghiaia che risale alla bocca quando ad un certo punto sento “Alan, io vado intanto su…” come se Luca dovesse scusarsi del fatto che è un mostro in salita e io con l’allenamento che ho sto sputando organi per stargli dietro.
Arrivo al Pedrotti che lui è già ripartito con i concorrenti che lo stavano aspettando, io sono solo entro, dopo aver salutato la splendida famiglia Nicolini, vedo con piacere che Kikko il vincitore della corta è già al lavoro e che Elena che si era precedentemente ritirata è già tornata su da casa…. (Alieni….)
Mi offrono un the caldo che non rifiuto, cerchiamo alla bene e meglio di mangiare qualcosa dal ristoro poi sento che arrivano gli altri 3, finiamo le libagioni e finalmente possiamo fare il nostro passo.
Ci fiondiamo a Molveno ma prima ci aspettano 10km e 1600m d- in discesa….
Voglio capire la mia forma, anzichè andare giu dal sentiero prendo il ghiaione che sta a destra del Rifugio Tosa (ora adibito come ricovero invernale e non solo), la discesa è da cardiopalma, le gambe stanno bene stranamente, e mi evito una serie di tornantini stressanti che lascio a fare agli altri, fino quando bene o male arrivo in zona Massodi.
Ci ricongiugiamo e scendiamo.

Una piccola pausa per salutare Michele al Rifugio Selvata e riprendiamo il percorso ormai con il frontalino acceso.
Scendiamo scendiamo, corriamo corriamo, ma “Michelee!!! Questo non credo sia il sentiero giusto, questo porta in val delle seghe, non verso il Rifugio Altissimo!
OOOOOPS…..
Senti, chiama giù via radio e sentiamo che dicono….
Dopo una fitta comunicazione con la base ci informano che dobbiamo scendere subito, le condizioni sono proibitive (ma dai???? sto prendendo 100.000 colonne di acqua al secondo….), e che sul percorso c’è Luca che ancora sta accompagnando il restante dei ritirati del Pedrotti a Molveno.
Ottimo, allora noi ci fiondiamo giù verso Molveno, dove arriviamo alle ore 21.00 circa.
Ma vuoi mettere non passare dal traguardo? Così ci rifacciamo il primo pezzo della gara svoltando poi verso il Lago e andando a chiudere così definitivamente il nostro giro di chissà quanti km e chissà quanto dislivello.
Da alcuni calcoli sembrerebbe un 44km 2800d+ quindi solo pochi km in meno del percorso gara.

Siamo arrivati, siamo felici, sono felici, siamo bagnati…  siamo ultimi, siamo scope!!!!

PS: Una piccola riflessione vorrei farla, di quelle piccanti, di quelle che probabilmente daranno fastidio a molti, di quelli che “ma si, cosa vuoi che sia”… Da una parte posso dar ragione, dall’altra no, perchè ormai sappiamo dove viviamo, sappiamo come ragioniamo, sappiamo come ci comportiamo….
Sò di per certo anche se non ero presente che durante il Breefing del venerdì è stato consigliato un determinato materiale obbligatorio, tra questo figuravano braghe a 3/4, zaini equipaggiati con materiale da acqua ecc ecc…
Di certo sò di essere una persona piuttosto puntigliosa, ma ahimè anche solo riguardando le fotografie talvolta non vedo rispettate le regole, che, nel caso di incidente potrebbe rivelarsi molto pericoloso… E’ un appunto, per la sicurezza, come ho spiegato dei cancelli e dei restringimenti orari a quei concorrenti che la prendevano per il sottile, anche questo argomento mi sta molto a cuore….
L’importante comunque è che ci siamo divertiti, non ci sono stati incidenti tutto è filato liscio nonostante le pessime condizioni meteo e si sono visti tanti sorrisi e anche tanta tensione positiva data dalla volontà degli organizzatori che tutto si svolgesse per il meglio!

 

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Cima Tosa – Canalone Neri

Quando mi avvicinai alla montagna qualche anno fà, guardavo con ammirazione le grandi imprese alpinistiche che venivano portate a termine sulle cime più disparate, attraverso grandi pareti di roccia o ghiaccio, ma anche su canali e canalini irti e pericolosi.
Tutt’ora continuo a farlo, sognando ad occhi aperti, ma consapevole della pericolosità e dell’incertezza che certi itinerari portano con sè.
Anche io nel mio piccolo posso dire di aver compiuto un impresa che a tutti gli effetti è alpinistica e che mi ha fatto entrare nella storia oltre che della mia vita anche un pò in quella della montagna.
Ho portato i miei due organi trapiantati, sulla cima la più alta del gruppo delle Dolimiti di Brenta, la Cima Tosa 3173m attraverso un canale che è molto conosciuto in tutto il mondo, il Canalone Neri.

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Canalone Neri

Il Canalone Neri è uno scivolo ghiacciato di 900m di dislivello positivo per uno sviluppo lineare di circa 1200m complessivi con pendenze iniziali di circa 40, 45 gradi e successivamente 55, 60.

A seconda dell’innevamento esso è valutato AD o AD+ e in certe relazioni anche D-.
Le altre vie per raggiungere la Cima Tosa sono 2, la Via Migotti che è una via di II grado che feci qualche anno fà con un amico e la via normale o del Camino, che parte dal Rifugio Pedrotti che, per assurdo è la più facile e che non ho mai fatto..

Da qualche tempo avevo in mente di provare a fare un canale, cercavo un buon compagno e trovai in Kristian un buon punto di riferimento per queste tipo di ascensioni, infatti lo scorso anno insieme andammo nel gruppo delle Tre cime del Bondone a fare il mio primo canalino e con lui mi “battezzai” sulle pendenze oltre i 40gradi.
Per me fù un’esperienza molto positiva che aumentò le mie conoscenze in ambiente invernale e diede un forte input alla mia autostima.
Questa esperienza mi ha portato a chiedere di nuovo a Kristian se aveva voglia di fare un canalino che potesse così aumentare il mio livello base attraverso nuove esperienze, lui mi propose il Canalone Neri.
Un pò in dubbio, forse con un pò di incoscenza e con molte incertezze accettai l’offerta.
Creato il classico gruppo su Whatsup ci trovammo in 3, io, Kristian e Claudio.
Inizialmente pensammo di poterla fare in giornata, poi Claudio che voleva prendersela più con calma propose la bivaccata al Brentei.
Io inizialmente ero un pò titubante, ma per quello che è il mio spirito di gruppo non potevo fare diversamente.
Bivaccare in inverno nel pieno delle Dolomiti di Brenta accanto a pareti straordinarie e a scenari mozzafiato è un’ocasione imperdibile quindi, sfidando la mia gran paura del freddo che negli ultimi anni si sta impossessando di me, decidisi di unirmi a loro.
Col senno di poi, compiere questa gita in giornata avrebbe potuto mettere a repentaglio la mia sicurezza in quanto la fatica mentale della discesa dalla Cima, la stanchezza finale e il raggiungimento del Bivacco Brentei ci ha fatto impiegare non poco tempo ha reso l’esperienza ancora più faticosa.

Il 23 dicembre quindi iniziammo i preparativi con febbrili conversazioni e messaggi vocali su whatsup, decidemmo il materiale da portare valutando le condizioni meteo.
Il 25 il giorno di Natale è successo di tutto, a ripensarci ora, capisco quanta motivazione avevo e a quanto ho tenuto a tutto questo…
La mattina finisco di preparare lo zaino, con mille ansie e mille dubbi, poi mi sposto a Pinè per andare a trovare i parenti e alle 14 con mille dispiaceri sono costretto a lasciare la tavola perchè “dovevo partire per il Brenta”.
Vi lascio immaginare quando ho detto cosa andavo a fare, i mille commenti da iperintenditori di alpinismo, “vara che anca i pù bravi i more…!”, “occio alle valanghe”, “ma nol fa fret?”…
Dopo questa carica estrema di positività lascio la tavola e prendo l’auto per dirigermi verso Sarche, dove ho appuntamento con Kristian per il trasferimento a Madonna di Campiglio e successivamente al Vallesinella.
Faccio 4 curve, il motore della mia auto incomincia a fare uno strano, brutto rumore, così mi fermo in una piazzola per valutare le condizioni…
Non sono un esperto meccanico ma il rumore non era decisamente buono, così, chiamo Kristian e lo avviso dell’accaduto, già mi scende una lacrima, avevo l’occasione a portata di mano e ….
In qualche modo Kristian mi suggerisce per lo meno di portare la macchina a Trento, “tanto fino al Zuffo è discesa!”…
E’ vero e da buon incoscente provo il tutto e per tutto, mi lancio a giri bassissimi in quinta marcia verso il Zuffo, una vera e propria impresa…
Riesco ad arrivarci quando Kristian mi chiama e mi dice, stai li, che passo a prenderti!!
Siamo in ritardo di mezzora sulla tabella di marcia e devo ringraziare di cuore lui, per avermi aiutato in questo momento, per essersi sbattuto a venire fin a Trento a prendermi.
A tutta birra ci lanciamo verso Madonna di Campiglio, dove abbiamo appuntamento con Claudio alla stanga per andare al Rifugio Vallesinella.
Speriamo per tutto il viaggio che sia aperta, questo ci permetterebbe un’avvicinamento più docile, ma così non è… Penso subito al ritorno, sarà una massacrata…

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verso il Vallesinella

Arriva anche Claudio, ci mettiamo gli scarponi e ci incamminiamo verso il Bivacco Brentei, dove in circa 2 ore arriviamo che è già buio, con una piacevole e insolita sorpresa, non siamo gli unici a bivaccare quella notte.P1110544.jpg
Altri due alpinisti stanno passando la loro notte di Natale in quel meraviglioso posto.
Dopo una veloce presentazione ci sistemiamo e iniziamo a scioglier neve per farci da mangiare, utilizziamo i fornelletti da campeggio, molto utili quanto pericolosi se non maneggiati con cura, infatti tra un cambio bombola e l’altro, rischiamo di finir bruciacchiati causa la perdita di liquido gas da parte di una bomboletta che manda a fuoco con una vampata che ancora ho ben impressa nella mente tutto il tavolo del Bivacco.


Nessun danno per fortuna, a parte la manica della giacca e qualche pelo delle mani, ma un gran spavento…
Fortunatamente nel bivacco troviamo un residuo di bomboletta di gas giusto giusto adatto per il fornelletto che ha Kristian, così riusciamo a finir di farci da mangiare la seconda rata di cibo.
Il menù era quasi migliori di un degno ristorante, Pasta e fagioli come primo, salsiccia saltata e riso ai porcini leofilizzato!! Una manciata di noccioline, una buona fetta di pandoro a testa e dopo qualche aneddoto raccontato tra noi e gli altri due alpinisti si va tutti a nanna.
La notte la passo bene, a differenza di quanto mi aspettassi, il mio sacco a pelo tiene molto bene il freddo di cui avevo il terrore e riesco a dormire abbastanza bene, complice anche il caldo eccezzionale che sta stazionando in questi ultimi giorni.
Caldo non significa che c’erano 20 gradi, restano sempre i 4 che abbiamo visto sul termometro, ma nel sacco a pelo non sembra davvero esserci nulla di differente rispetto a casa.
La mattina alle 5.30 suona la sveglia, assonnati ci alziamo e iniziamo a preparare le ultime cose.


Scendiamo dalla “zona notte” e andiamo di sotto a scaldare il the che abbiamo preparato la sera, godendoci la colazione.
Infine, svuotiamo lo zaino e lo riempiamo dello stretto necessario per l’ascensione.
L’attrezzatura che abbiamo portato con noi non è stata tutta utilizzata ma è sempre bene portarla con sè nel caso in cui ci fossero condizioni diverse da quelle ipotizzate.
2 chiodi da ghiaccio con relativi moschettoni, 1 lounge, 1 cordino per il prusik, piastrina per la calata in corda doppia, 2 piccozze, io ne avevo una dritta e una curva, ramponi, caschetto, imbrago, due moschettoni.
Ore 6.30 circa e si parte, tutte le ansie e le preoccupazioni devo lasciarle al bivacco, si era detto che avremo valutato le condizioni e in base al tipo di neve o ghiaccio trovato avremo valutato se salire oltre il ginocchio o no, ma questo è solo un divertente ricordo.


Prendiamo il sentiero 318A che porta verso Bocca di Brenta, dopo un centinaio di metri voltiamo a destra e scendiamo nella Val Brenta Alta e successivamente ci rialziamo verso la Vedretta del Crozzon, li, siamo alla base del Canalone Neri a quota 2350m circa.
La notte sta cedendo spazio al giorno e il cielo perfettamente limpido mi sta regalando dei colori stratosferici.
Si vede benissimo la fascia atmosferica che regala una sfumatura di colori che parte dal viola sino all’azzurro pallido.
Alla mia destra noto un’impressionante numero di vette, partendo dal Vioz, sino al Monte Cevedale e non solo.
Le scarse nevicate regalano anche una triste visione delle piste da sci di Madonna di Campiglio innevate artificialmente, le quali stonano vistosamente con il paesaggio sottostante.
Una leggera brezza fredda ci investe, siamo sotto al canalone e ci prepariamo per l’ascensione, indosso il piumino a cui tolgo le maniche e sopra metto il mio guscio in goretex blu, estraggo le picche dal mio zaino, lego i chiodi da ghiaccio con il relativo materiale all’imbrago e iniziamo a risalire.


Tutte le ansie, tutte le paure che nei giorni antecedenti ad ora si erano manifestate, se ne vanno via.
Lo scivolo visto da vicino dà un impressione totalmente diversa, questo non ne cancella le difficoltà ma dà una valutazione migliore dell’itinerario e di cosa mi aspetta.
Inizialmente Kristian fà traccia su primi metri di neve durissima, il ritmo è buono e inizio a prendere confidenza con questo scivolo.
Cerco di darmi un passo costante, che mi tenga in temperatura ma che non mi faccia sudare, quindi scandisco dentro la mia testa un ritmo piuttosto buono che le mie gambe provate dalle gite dei giorni scorsi sembrano reggere con incredibile forza.
Probabilmente il recupero è stato importante, come fondamentale sono stati i consigli suggeritomi fino a qualche ora precedente l’ascensione.
Dopo i primi 200m circa la neve inizia un pò a cedere ma senza grossi problemi continuiamo nella nostra ascensione.


Kristian si ferma per scattare qualche foto, anche io prendo l’iniziativa e con la mia macchina fotografica imprimo ricordi e i sorrisi dei miei compagni, poi, inizio a far traccia io.
Davanti a me lo scivolo, in tutto il suo splendore, candido e irto come pochi avevo visto finora da così vicino, un passo dopo l’altro appoggiandomi alla picca lo risalgo, creando scalini e cercando la via più ghiacciata possibile in modo da non far troppa fatica nella progressione.


La pendenza da 45 gradi inizia ad aumentare, non me ne accorgo neanche quando mi trovo alla base del famoso “Ginocchio” che in condizioni perfette si appresta ad essere violato!
Passo io per primo, in mezzo ad una lingua di neve che considero buona (nonostante la mia assoluta inesperienza).
Ci azzecco, infatti la neve dura permette un’ottima progressione e il superamento della parte più critica, e crepacciata.
Noto due righe distinte orizzontali mentre risalgo lo scivolo e le associo alle relazioni lette e rilette nei giorni prima, dove si parlava di due distinte crepacciate terminali.
Superato il ginocchio le pendenze aumentano e si nota visibilmente, la relativa poca neve caduta sino ad ora dà una sensazione strana.
Sembra proprio che ci sia un’incurvatura sullo scivolo che proietta verso l’altro la parete.
Da 45 si passa a 50, 55 e in certi punti sembra che si sia arrivati anche a 60 gradi comodi, infatti si passa dal piantare la piccozza per il manico ad utilizzare la becca puntando le punte. E’ una sensazione stupenda, vedere la piccozza impiantarsi e restare li, ferma immobile al primo colpo, provo una sensazione simile a quella che provavo da bambino quando giocavo con le macchinine.


Tra una pausa foto e una per aspettare i compagni cerco di bere anche qualcosa e mangiare del miele che ho a portata di tasca, giusto per tenermi idratato e ben alimentato, ma più saliamo più mi accorgo che fà caldo, sembra neanche di essere su una parete nord, io sto salendo con il guscio e il piumino aperti.
Iniziamo ad alternarci la battitura del canale io e Kristian in quanto la neve sta iniziando a essere sempre meno consistente, complice dell’inversione termica.
Siamo quasi verso tre quarti della salita, quando Kristian passa davanti a me e inizia a battere un pò di traccia.
Iniziamo a sentire un pò la stanchezza, le condizioni della neve nel tratto finale da 55 gradi sono decisamente diverse e creano più difficoltà nella progressione, ma nulla di chè, si fa solo più fatica perchè non sempre lo scarpone si aggrappa bene al manto ma ne sprofonda di qualche cm.


Ad un certo punto mi fermo a scattare una foto a Claudio, ripongo la macchina fotografica legata all’imbrago impugno le due picche alle quali sono ancorato con il mio imbrago e dall’alto sento un’urlo, “Occhioooooooooooo”….
Durante i concitati messaggi vocali che Kristian dava al gruppo su Whatsup mi è rimasto impressa una frase, “Guai guardare in su quando sali, sopratutto se vola giù qualcosa, perchè può sfigurarti se ti prende giusto..”…
Alzo la testa per un’attimo, istintivamente, da stupido e vedo davanti a me in caduta libera un sasso della grandezza di 5cm arrivare diritto verso di me ad una velocità che non riesco a quantificare, istintivamente mi proteggo accovacciandomi e rannicchiandomi sulle punte dei ramponi, poggiando la testa e il casco alla parete e cercando di avvicinare più possibile il petto alla neve in modo che qualsiasi cosa avrebbe potuto colpirmi avrebbe trovato come ostacolo il casco, o lo zaino.
Sento un rumore quasi “straniero”, un “sfium…” velocissimo a destra e sinistra, rimango così per 2 minuti fino a fine della scarica..
Urlo a Kristian, “posso??” e senza alzare la testa attendo la sua risposta.
“Vieni!!” sento dall’alto, quindi esco dalla mia posizione e rincomincio a risalire, con un pizzico di adrenalina in più, che non guasta di certo, ma che comunque mi fa pensare, molto.
La montagna ancora una volta ci sta mettendo in guardia.
Continuo passo dopo passo e piccozzata dopo picozzata a risalire, quando vedo una cornice poco marcata che indica all’uscita del canale.P1110584.jpg
Manca davvero poco, la vedo là, ma è solo un’impressione, da sotto quantificare la distanza è pura utopia, o sei abituato o l’unica cosa da fare è procedere senza farsi tante domande…
Risento “Occhioooooo!”, questa volta non mi faccio fregare, non guardo da nessuna parte, mi butto in posizione e aspetto.
Un blocco di ghiaccio della grandezza di un bicchiere mi colpisce al braccio sinistro, sento un male assurdo, una sorta di bruciore..
Riparto, e dopo circa altri 15 minuti vedo Kristian uscire dal Canale…
L’ultimo tratto è ostico, ghiacciatissimo e sono quasi costretto a dover puntare le picche con forza per poterlo attraversare, ma dopo quest’ultima fatica un potente sole mi acceca, altri 4 passi e vedo l’uscita, vedo il panorama, vedo la luce!


Mi fermo prima di uscire per scattare qualche foto mia e a Claudio che è rimasto un pò indietro, finite le foto esco ed esulto!!!
Cimaaaaaa!!!! Sono felicissimo, un sole potentissimo mi colpisce restituendomi tutto il calore che avevo tanto sognato in queste ultime ore, vedo Kristian seduto che sta cercando di rianimare i suoi piedi congelati, io proseguo e accenno a una corsetta per andare a toccare la famosa madonnina della Tosa.
Mi scatto due foto e condivido il momento con chi ha creduto in me e mi ha dato una bella carica di positività finora. Mando una foto su Whatsup e successivamente spengo il telefono.


Lo ho scarichissimo e non voglio che si spenga proprio ora che arriva la parte più difficile di tutto, la ricerca del punto di calata, la calata e il ritorno alla base.
Una piccola pausa ristoratrice, beviamo, mangiamo e iniziamo subito a cercare il punto di calata.


C’è un pò di confusione tra di noi, ma tra un tentativo e l’altro riusciamo a trovare un primo punto di calata.
Qui inizia una fase per me molto delicata, probabilmente perchè non sono per nulla abituato e perchè ho ancora poca fiducia negli attrezzi alpinistici e in me stesso, iniziamo a disarrampicare con picca e ramponi un canale e successivamente un tratto di misto che si affaccia a sbalzo sui terrazzi dell’anfiteatro di Cima Tosa, che sul versante verso Vedretta d’Ambiez regala un panorama entusiasmante quanto spaventoso.
Kristian cerca questo punto di calata secondario, un camino di circa 40 metri attrezzato inizialmente da fettucce e da spit appositamente inseriti per la calata.
Dopo essermi un pò ristabilito psicologicamente, mi sposto in modalità gatto verso il punto di calata, dove attrezzo una corda doppia e successivamente mi calo per circa 15 metri fino ad un pianoro dove Kristian mi sta aspettando.
Anche Claudio fa lo stesso e così per un’altra volta.IMG-20161227-WA0013.jpg
Non conosciamo la calata, io l’avevo fatta una volta da quel camino ma in estiva e il punto di ancoraggio non lo ricordavo.p1110618
Successivamente al secondo terrazzino troviamo uno spit cementato nella roccia, dove decidiamo di attrezzare l’ultima calata che ci porta alla base del camino e successivamente quindi alla fine delle difficoltà.
Sono decisamente più sollevato, ho perso un pò la testa prima e mi sono agitato un pò inutilmente, ma posso assicurare che la stanchezza era in agguato e in inverno le condizioni sono decisamente diverse anche su un intinerario così.
Mettiamo via parte dell’attrezzatura usata per la calata e iniziamo a incamminarci verso il Rifugio Pedrotti, la prossima meta, discendiamo canalini innevati alla ricerca di orme da seguire che portino sulla traccia giusta verso il rifugio.P1110621.jpg
Stanchi e assetati ci avviciniamo al Rifugio per vie tracciate in precedenza, mi accorgo anche di qualche impronta di cane.
Inizio a sentire le gambe un pò affaticate, ma i tratti in piano, dove non sprofondi troppo nella neve mi ridanno un senso di scioltezza e mi fanno recuperare in qualche modo le energie.P1110625.jpg
Dò fondo alla mia bottiglietta di acqua misto the e sali minerali prima di attaccarmi alle bustine di miele e frutta secca, pronto per l’ultimo sforzo.
Dal Rifugio Pedrotti intravedo il sentiero estivo verso la Bocca di Brenta totalmente innevato, seguo un pò le tracce ma poi si interrompono, c’è un pezzo a mio avviso troppo pericoloso con una pendenza oscena che è un passaggio obbligato verso la bocca, io non mi fido, sono stanco e la lucidità viene a meno per tanto mi giro e guardo Claudio dicendoli “io scendo e risalgo dalla vedretta”…
Lui è daccordo, non riusciamo a trovare altra soluzione, così seguiamo le tracce che scendono dal Pedrotti e risalgono fino a Bocca di Brenta attraverso quella che una volta era una bellissima vedretta e che ora che è in invernale un pò lascia immaginare la sua maestosità.P1110628.jpg
Verso tre quarti della salita, inizio seriamente ad arrancare, faccio dieci passi e mi fermo, riprendo fiato, altri dieci e mi rifermo, così fino in cima, la pendenza non ha nulla da invidiare al primo pezzo del Neri e da lontano sento Kristian che ci urla, “voi siete matti”!!!
D’altronde ritenevo più sicuro fare un pò di fatica in più che mettermi a fare un traverso con il buio che incombe, anche se come suggerisce Kristian si sarebbe potuto fare una simil sosta con la picozza e utilizzare la corda.
Non lo sapremo mai, se il tempo impiegato per attrezzare il tutto e passare sarebbe stato lo stesso del scendere e risalire.Pano-Pedrotti.jpg
Arrivati in Bocca ci lanciamo verso il Brentei, ripeto a ritroso la famosa salita fatta durante il Brenta Trail di quest’anno, attraverso il famoso ghiaione che, con la neve, è tutta un’altra cosa in giù!!!P1110634.jpg
Piu avanti scorgiamo il lungo traverso che porta verso il Brentei, cercando in qualche modo la direzione giusta per evitare di dover poi rialzarci troppo, camminiamo senza ormai parlare più…
Io ho un male al piede spaventoso, sul traverso ogni passo sembra una lama che si infila nel piede, complice gli scarponi usati poche volte e anche la durezza della suola.
Cerco di non pensarci e continuo.
Dopo circa un’ora siamo al Bivacco del Brentei, stremati ma contenti.
Io mangio tutto quello che trovo lasciato li dalla mattina, poi metto via i ramponi e cerco di mettere tutto nello zaino, sacco a pelo compreso.
Col buio che ormai ci fà compagnia iniziamo la discesa, lunga, in silenzio, io cammino a testa bassa combattendo contro il male al piede e cercando di non scivolare sul ghiaccio che incombe sul sentiero di ritorno.
Primo bivio, tutto ok, arrivati al Rifugio Casinei succede l’imprevisto.
La totale incapacità mentale di ragionare mi fa prendere il sentiero più lungo per il rientro, leggo la tabella Rifugio Vallesinella , Sentiero dell’Orso, inizialmente penso “che strano, sentiero dell’Orso” ma la stanchezza mette via subito il pensiero e lo sostituisce con “continua a camminare che tra un pò arriviamo al Vallesinella”, ma quando ci accorgiamo che il sentiero va “troppo in là”, Kristian inizia a imprecare giustamente…
Mi sento un pò in colpa in quanto io ero il primo del gruppo, ma la completa mancanza di lucidità e probabilmente l’ancora ben presente “senso innato dell’automasochismo kilometrico residuo dalle gare di quest’anno” mi fanno prendere la direzione sbagliata.
Quindi allunghiamo di circa 40min la nostra agonia verso il Vallesinella.
Arrivati al Vallesinella mancano ancora 35 minuti come da tabella per arrivare a Campiglio, ricordate la strada chiusa???
Beh…. ogni commento, parola o imprecazione in questo momento è totalmente fiato sprecato, si perderebbero solo energie…
Riaccendo il cellulare e inizio a ragionare sul fatto che qualcuno dovrà pur portarmi a casa dalle Sarche sino a Cadine e di certo non lo farò fare a Kristian al quale ho allungato già il sentiero di ritorno e che mi ha fatto la gran cortesia di venire a prendermi al Zuffo a Trento, quindi cerco una soluzione e dopo poco la trovo, una ragazza verrà a prendermi alle Sarche.
Sento anche un pò di persone che probabimente erano anche in pensiero per me, o almeno, era quello che io avevo pensato, visto che a mezzogiorno avevo dato segno della mia presenza e da li in poi avevo spento tutto….
Qualche scambio di messaggi e poi lascio stare tutto…
Arriviamo finalmente alla macchina, Claudio ormai che ci stava davanti di qualche minuto ha acceso l’auto io subito gli ho restituito una delle due picche che mi mancavano e appena arrivato Kristian ci ha salutato scappando a casa.
Noi due rimasti, (un pò in tutti i sensi) ci trasciniamo verso la nostra valle, non prima di aver bevuto praticamente in un sol fiato una birra in un bar che abbiamo trovato scendendo da Campiglio.
Saluto Kristian alle Sarche e al distributore aspetto la mia amica che è venuta a prendermi. Lei è ignara di cosa è successo nelle ultime 30ore, meglio così, chi lo sà…
PanoramicaTosa.jpg
Oggi al lavoro tra una telefonata per il recupero dell’auto e i convenevoli messaggi di congratulazioni, con la testa ero ancora lassù, la stanchezza ancora c’è e la mente non è ancora lucidissima ma in questi ultimi anni ho imparato a fidarmi più del mio istinto che dei miei pensieri e il mio istinto oggi è stato quello di tornare a casa, aprire il web e cercare relazioni di altri canali, altri sogni, altre ascensioni, questo è stato il sogno della mia vita alpinistica ma probabilmente e lo spero, sarà solo il trampolino di lancio per future nuove avventure verso l’alpinismo un pò più tecnico, chi lo sà? Bisogna solo, fare esperienza, prendere confidenza ma mai troppa, come mai devo dimenticarmi chi sono e la fortuna che ho avuto potendo fare tutto ciò, nonostante la malattia.

Oggi al lavoro mi stanno già arrivando inviti di canali, nord, ascensioni, da parte di amici che questa passione la portano con se, come a dire “Alan, benvenuto tra noi!”, mi fa piacere!!

Dedico questa mia piccola impresa alpinistica a tutte le persone che stanno sul divano e che si stanno lamentando della loro vita monotona, non sapendo che è solo frutto della loro mente.
Auguro loro, di trovare la giusta serenità per potersi alzare e capire che la vita ha sempre qualcosa da insegnarli, che dal dolore si può sempre uscire e dalla malattia si può sempre vincere, che sia essa una malattia cronica come la mia o che sia solo un momento buio, c’è sempre una via di uscita.
Non importa se si va in montagna o se si fanno imprese così, per me questo è il mio Everest, ma se penso a 5 anni fà, il mio Everest era arrivare in cima al monte di casa mia, 17 anni fà era poter salire le scale per arrivare a casa.
Ognuno ha il suo Everest, l’importante è che continui a cercare di scalarlo e non si arrenda MAI!!!