Il Carè Alto è una montagna delle Alpi Retiche meridionali, conosciuta anche come la regina del Gruppo dell’Adamello, con i suoi 3462m è la più alta della dorsale nord-sud e il suo profilo svetta in ogni parte del Trentino.
Sin dalla prima gita in montagna ogni volta che mi fermavo a contemplare il panorama, una piramide mi continuava ad osservare, come quasi fosse li a dire “Che aspetti? Vieni a trovarmi!”.
Con un collega avevamo provato ad avvicinarci durante una gita, partendo dal Lago di Bissina per poi salire il Passo delle Vacche, sul suo versante Sud/Ovest, ma giunti al passo in quei tempi io non ero in grado di poter proseguire causa il mio insufficiente allenamento.
Quest’anno invece l’allenamento è decisamente migliore rispetto a quei tempi e i tempi sono decisamente più maturi, ho più esperienza di montagna, di fatica e penso di averne parlato così tanto ai miei amici che non andare a farlo sarebbe stata una delusione per me.
Ho così chiamato una persona che aveva captato la mia voglia di salirlo e voleva mettersi a disposizione anche per tirare fuori un pò di vecchia attrezzatura che aveva lasciato da parte per ottimi motivi personali.
Ho capito subito che era una persona di cui potevo fidarmi, per un sentore mio personale, una sensazione che mi ha dato fiducia e mi sono messo nelle sue mani, e lui, come me, si è fidato di me e insieme abbiamo superato alcune difficoltà che racconterò, non da principianti.

Decidiamo che il giorno giusto è il 6 agosto 2016, io non ho bisogno di allenamento, perchè sono in piena stagione “agonistica”, i numerosi Ultratrail ai quali ho partecipato in regione e fuori sono davvero un ottimo valore aggiunto per il quale mi sento davvero carico e sicuro di me, questo è importantissimo perchè di testa ho bisogno di sentirmi così per superare certe difficoltà.

C’è da dire che solitamente sono un solitario, infatti fin dove posso cerco sempre di andare da solo, come si è visto nella mia esperienza di solitaria alla Presanella, o a tantissime altre cime, ma questa, la regina, non si può sottovalutare in nessun modo e io porto gran rispetto.
In particolare il punto chiave è l’arrampicata di terzo grado che va fatta partendo dalla vedretta sotto la cima e che rimonta la Cresta Est, via che noi abbiamo deciso di salire.

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Attrezzatura e zaino di partenza

Sono le ore 02.00 quando io e Paolo ci ritroviamo davanti a casa mia, da li proseguiamo nel buio sino a Spiazzo dove giriamo a sinistra e ci arrampichiamo con l’auto verso la Val di Borzago, arrivati al parcheggio di Pian de la Sega 1280m.
Prepariamo tutta l’attrezzatura, decidiamo così di salire sino al Rifugio Carè Alto con le scarpe da Trail per rendere meno rognosa la salita che caratterizza questo rifugio come dura e aspra.
Sono circa le 4.10 e partiamo, la forma fisica è perfetta, la temperatura è buona e l’umidità è spropositata, sudiamo 7 camicie, per arrivare sino al Rifugio.
I giorni precedenti mi è stato detto dal gestore del Rifugio che sulla Cima ha nevicato in modo eccezzionale per il periodo, infatti ad Agosto è effettivamente una sorpresa vedere la cima parzialmente imbiancata da un candido manto.

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Carè Alto Cresta Est dalla Vedretta Est

Passiamo dalla Malga Coel di Pelugo 1423m continuando su questi scalini in granito che ad ogni passo sembra di fare uno squat completo, solo un piccolissimo tratto di pianura ridà fiato e ossigeno ai nostri muscoli, ma noi a testa bassa proseguiamo fino al Rifugio.

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Malga Coel di Pelugo

E’ ancora buio infatti, non stiamo tanto a guardaci intorno perchè non c’è nulla da vedere, la luce delle nostre frontali si scontra con le particelle d’acqua che l’alta umidità rilascia nell’aria, sembra di stare nel Bormeo!
Passiamo in serie, Malga Niscli 1960m e Malga Zoccolo per poi puntare direttamente ai 2459m del Rifugio Carè Alto.

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L’inizio dell’alba

Giungendo al Rifugio ci soffermiamo qualche minuto ad ammirare l’alba che splendida ci investe di luce e calore.
Sono le 6.16, siamo stati piuttosto svelti a salire, la frescura e la voglia di Carè mi fa tenere il passo piuttosto arzillo, Paolo segue come un fedel soldatino, lui ha penso 10 volte la mia gamba, poi scoprirò una cosa shoccante per le mie orecchie, ma lo racconterò poi…

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L’Alba dal Rifugio

Ne approfittiamo per lasciare gli zaini al sole asciugarsi ed entrare nel Rifugio che deserto non si è ancora svegliato, a parte il figlio del gestore che ci accoglie.
Io bevo un the caldo e Paolo mangia qualcosa, chiediamo delle condizioni della cresta e ci viene spiegato che non ci sono difficoltà rilevanti rispetto al solito, la neve dovrebbe sciogliersi velocemente e non c’è pericolo di sorta.
Fiduciosi e carichi cambiamo hardware e passiamo dalla scarpetta minimale allo scarpone da alta montagna e partiamo verso l’itinerario della Cresta Est (o Via Cerana).
Da dietro al Rifugio seguiamo le indicazioni per la Bocchetta del Cannone, che raggiungiamo dopo circa 45min di cammino passando da alcune roccette.

 


Giunti alla Bocchetta del Cannone 2850m ci scattiamo qualche foto e raggiungiamo una cordata che era partita la mattina dal rifugio, il loro passo mi spaventa, sono molto lenti, lui uno del luogo e due ragazze non proprio del luogo ci salutano e noi gli diamo appuntamento sotto la paretina.

Scendiamo pochi metri e saliamo sulla morena che innevata ci permette una progressione più comoda ma senza non pochi grattacapi, la pendenza infatti ad un certo punto si fa abbastanza ostile e siamo costretti per qualche decina di metri a calzare i ramponi.
Sotto ovviamente c’è ghiaccio, siamo circa a 2950m quando arriviamo sotto la paretina.


Siamo al punto chiave, io inizio ad avere un pò di ansia, ma cerco di non pensarci, è una cosa che devo e voglio affrontare a testa alta senza farmi prendere dalla paura, Paolo inizia a preparare il materiale, io scatto qualche foto e lo aiuto nelle formalità della cordata.

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La parete è una placca appoggiata di circa 30metri con intagli di ogni tipo che salgono verticali o orizzontali e permettono una facile progressione, ma per chi, come me, non arrampica così spesso, possono cmq dare qualche grattacapo.


Invece, una volta arrivato in cima, Paolo mi fa da assicuratore mentre io risalgo la parete, la corda che ho legata alla vita mi dà la sicurezza psicologica durante la progressione, ma mi accorgo che durante tutta la salita non è tesa a sufficienza non per mancanza di professionalità o di sicurezza da parte del capo cordata ma perchè voglio dentro di me affrontare questa parete con le mie gambe e la mia testa, non voglio farmi tirare su, è contro il mio orgoglio e sò, che ne ho le possibilità.
Quindi lentamente ma con convinzione e determinazione mi arrampico i 30m di parete e arrivo in cima alla Cresta Est.
Da qui il panorama è ancora più bello anche se piuttosto esposto e non essendo molto abituato all’esposizione devo concentrarmi un pò per non farmi venire le paturnie!!

Mentre il signore bestemmia dietro alle ragazze io e Paolo decidiamo di continuare la cresta, ma non prima di chiederli “Quanto mancherà da qui alla cima?”
“Un oretta e mezza circa se andate a passo normale”!

Non appena siamo sul versante Nord mi si gela il sangue, io e Paolo ci guardiamo e decidiamo di proseguire.
Le condizioni sono pessime, diverse da quelle che ci aspettavamo, la roccia non si vede, la via neanche, dobbiamo fidarci di noi stessi e in “conserva” iniziamo la nostra arrampicata.
Se la paretina mi sembrava il punto chiave, questa cresta così innevata e piena di ghiaccio mi sembra il doppio punto chiave.

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Uno sguardo verso il versante S/O

La situazione è particolare, non è nè pulita, nè completamente ghiacciata, i sassi sono molto viscidi e scivolosi, il permafrost non esiste più e le rocce sono parzialmente instabili, la neve ha ricoperto i pochi ometti che davano un’indicazione verso la Cima e noi avanziamo metro dopo metro come se camminassimo a modalità gatto.
Più di una volta ho avuto paura e lo ammetto a me stesso ma anche a Paolo, lui ogni tanto si gira e vedo che in volto non è più sereno e pacato come l’ho imparato a conoscere e questo mi dà l’idea di quanto la situazione è delicata, ma noi siamo una squadra davvero invidiabile e ce ne freghiamo seppur con coscenza e proseguiamo.

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Sorrisi accennati in vista della Croce di Vetta

Dopo 2 ore da quando siamo rimontati sulla Cresta, arriviamo all’altro cannone.
Come da relazione abbiamo percorso tutta la cresta sul lato Nord evitando di andare a incastrarci sul lato Sud che a picco punta sulla Vedretta dalla quale siamo saliti.
Vedo le baracche e la teleferica e ancora non vedo la croce di vetta.
Proseguiamo e dopo circa una mezzoretta arriviamo all’anticima, vedo la Croce, ma il tempo inizia a guastarsi.

Alan Carè Alto

Anticima a pochi metri dalla croce

Siamo in una nuvola o in un nebbione terribile e anche la parte sommitale della Cima è completamente rivestita di ghiaccio a chiazze, il chè ci impiegherebbe ancora almeno 1 ora per risalirla e ridiscenderla in sicurezza.
Mi giro, guardo Paolo e accenno ad un sorriso, ma lo sò che dentro di me si sta scatenando l’inferno, sono triste, ho la croce a 20metri e non posso andare a toccarla, sò che per la nostra sicurezza ci conviene volta a destra andando a prendere di nuovo la parete Nord da dove risale la via normale (che tanto normale non è), perchè è già tardi e perchè le nebbie stanno diventando davvero tremende.
Penso ai 3 ragazzi incrociati poco prima e sono preoccupato.

Iniziamo a scendere verso la via normale, che si rivela divertente.

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Nella prima parte c’è da stare attenti in quanto le rocce sono instabili e il permafrost ormai è quasi diventato un’utopia lassù.
Arriviamo in un punto di calata, dove a valle si forma una sottospecie di V appoggiata che scende, noi per fare prima attrezziamo velocemente una doppia e scendiamo sino al pinoro dove c’è la vera e propria calata con anello che indica anche l’inizio della Via normale.

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La prima calata sulla via Nord

Siamo molto piu rilassati rispetto a quando eravamo sulla cresta infatti già si sente nell’aria la voglia di scherzare e di chiacchierare, cosa che prima la tensione non ci permetteva di fare, riuscivamo solo a scambiarci sguardi e io che chiedevo a lui di aspettarmi nonostante la conserva perchè il mio passo era decisamente più lento e meno esperto, lui mi confida anche che era da tempo che non faceva più cose alpinistiche.

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Secondo punto di Calata e arrivo del primo tiro sulla via normale

Finita la calata, divertente e spettacolare arrivo sul ghiacciaio, attendo che anche lui si cali e insieme formiamo una cordata per superare tutta la Vedretta di Lares, tenendo come punto di riferimento uno sperone di roccia conosciuto anche come Sass del la Stria.


A passo quasi ciondolante tiriamo fuori le ultime energie e ci attraversiamo il ghiacciaio, fino ad incontrare un pianoro dove ci gettiamo a capofitto, godendoci una meritata pausa, io sono sciupato dalla sete, mi evaporo una bottiglietta d’acqua in un batti baleno mentre Paolo si allontana per scattare qualche foto!


Lui probabilmente avrebbe rifatto il giro, si, infatti per lui questo è un’allenamento, per me è la gita della vita sulla montagna dei miei sogni, su quella piramide che ho sempre sognato e dove si è costruita la storia dell’Italia e non solo.
Il Carè Alto è stato teatro di battaglie durante la Prima guerra mondiale, sede di scontri violenti tra l’esercito Italiano e quello Austriaco.
Per me è come aver scalato un monumento, a cui è stato necessario chiedere permesso.

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Relax in spiaggia

Finita la pausa ci ricomponiamo, mettiamo via l’armamentario e ci dirigiamo verso il Bus del Gat, il sentiero non ti molla mai, sassi e terreno scivoloso lo fanno da padrone, tranne che per un breve tratto anche qui di totale pianura dove le nostre gambe si rigenerano.
Dopo circa 3 ore da quando abbiamo toccato il ghiacciaio della Vedretta di Lares arriviamo al ponte tibetano sospeso, che per me indica che siamo in vicinanza del Rifugio.
Inizia a farmi male davvero tanto il mio piede, un problema che mi tiro dietro da qualche mese e che con questi scarponi sta diventando devastante.
Non vedo l’ora di tornare al rifugio e rimettere i piedi nelle mie comode scarpe morbide e basse.


Sono le 18.20 e siamo arrivati al Rifugio, entriamo che sembriamo appena ritornati da una missione in miniera, tutti ci guardano e noi raccontiamo la nostra avventura.
Io parlo col gestore e gli dico che siamo preoccupati per la cordata che ci precedeva, infatti lui si mette in contatto con l’altro Rifugio il Rifugio ai Caduti dell’Adamello dove i ragazzi erano intenzionati ad andare.


Io mi rifiuto di credere che loro in giornata riescano ad arrivare fin li, in quanto noi con un ottimo allenamento ci abbiamo messo molto tempo, loro a giudicare dal passo che avevamo potuto osservare all’inizio non sarebbero neanche arrivati al ghiacciaio…
Intanto ci buttiamo giu una minestra condita da formaggio grana, una birra abbondante e festeggiamo così la nostra impresa.
Poco dopo cena il gestore ci informa che il ragazzo ha telefonato e che sono alle ore 19.30 scendendo dalla normale del Carè.
Dentro di me penso, “per fortuna che quel ragazzo era la sesta volta che lo faceva”, e mi ripeto che se io dovessi mai essere così presuntuoso da portare delle persone su una montagna così e in quelle condizioni non me lo sarei mai potuto perdonare, rischiando grosso con le loro vite e con la mia.
Credo che bisogna essere allenati e pronti a saper scappare da certe situazioni anche quando le gambe non vanno e la testa le blocca, loro a mio avviso hanno avuto grosse e serie difficoltà innanzitutto perchè erano lenti, poi perchè con la strada già tracciata da noi sono riusciti davvero ad arrivare dove erano in un tempo spropositatamente lungo.

Noi però intanto salutiamo tutti e si incamminiamo verso l’auto che raggiungiamo circa dopo 2 ore.
Nello scendere il sentiero fatto la mattina al buio ci permette di poterci guardare intorno, beh, potessi rifarlo al buio sarebbe meglio, è osceno, sopratutto in discesa, sopratutto dopo una giornata così, ma quando arriviamo all’auto non mi sembra vero e gioisco dentro di me.
Tolgo le scarpe e indosso le ciabatte promettendo a me stesso che non avrei mai messo più quegli scarponi almeno fino a quando il mio piede non potesse stare meglio.
Sono circa le 21 e il giorno si prepara a far posto alla notte, diamo indicazioni a due ragazzi che al Pian de la Sega stanno pernottando in tenda per prepararsi alla salita il giorno dopo.
Spengo l’orologio che segna circa 20km e 2100m di dislivello, che fatti in giornata su quei terreni difficili e tecnici per me suonano come una gran soddisfazione.
Volevo conquistarlo il Carè, ce l’ho fatta, mi manca di toccare la croce, ma tornerò, gliel’ho promesso, per abbracciarla e dirle grazie, per avermi permesso di andare lassù.

Devo ringraziare davvero tanto Paolo, che ha avuto molta pazienza, si è fidato di me, mi ha accompagnato in un sogno.
Sò che gli ho risvegliato la vena alpinistica che da tempo aveva assopito per via della famiglia, spero in cuor mio di avere ancora grosse soddisfazioni con lui in ambito alpinistico e di iniziare ad affrontare altre sfide nuove ed emozionanti come lo è stata questa.

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