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Cima Tosa – Canalone Neri

Quando mi avvicinai alla montagna qualche anno fà, guardavo con ammirazione le grandi imprese alpinistiche che venivano portate a termine sulle cime più disparate, attraverso grandi pareti di roccia o ghiaccio, ma anche su canali e canalini irti e pericolosi.
Tutt’ora continuo a farlo, sognando ad occhi aperti, ma consapevole della pericolosità e dell’incertezza che certi itinerari portano con sè.
Anche io nel mio piccolo posso dire di aver compiuto un impresa che a tutti gli effetti è alpinistica e che mi ha fatto entrare nella storia oltre che della mia vita anche un pò in quella della montagna.
Ho portato i miei due organi trapiantati, sulla cima la più alta del gruppo delle Dolimiti di Brenta, la Cima Tosa 3173m attraverso un canale che è molto conosciuto in tutto il mondo, il Canalone Neri.

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Canalone Neri

Il Canalone Neri è uno scivolo ghiacciato di 900m di dislivello positivo per uno sviluppo lineare di circa 1200m complessivi con pendenze iniziali di circa 40, 45 gradi e successivamente 55, 60.

A seconda dell’innevamento esso è valutato AD o AD+ e in certe relazioni anche D-.
Le altre vie per raggiungere la Cima Tosa sono 2, la Via Migotti che è una via di II grado che feci qualche anno fà con un amico e la via normale o del Camino, che parte dal Rifugio Pedrotti che, per assurdo è la più facile e che non ho mai fatto..

Da qualche tempo avevo in mente di provare a fare un canale, cercavo un buon compagno e trovai in Kristian un buon punto di riferimento per queste tipo di ascensioni, infatti lo scorso anno insieme andammo nel gruppo delle Tre cime del Bondone a fare il mio primo canalino e con lui mi “battezzai” sulle pendenze oltre i 40gradi.
Per me fù un’esperienza molto positiva che aumentò le mie conoscenze in ambiente invernale e diede un forte input alla mia autostima.
Questa esperienza mi ha portato a chiedere di nuovo a Kristian se aveva voglia di fare un canalino che potesse così aumentare il mio livello base attraverso nuove esperienze, lui mi propose il Canalone Neri.
Un pò in dubbio, forse con un pò di incoscenza e con molte incertezze accettai l’offerta.
Creato il classico gruppo su Whatsup ci trovammo in 3, io, Kristian e Claudio.
Inizialmente pensammo di poterla fare in giornata, poi Claudio che voleva prendersela più con calma propose la bivaccata al Brentei.
Io inizialmente ero un pò titubante, ma per quello che è il mio spirito di gruppo non potevo fare diversamente.
Bivaccare in inverno nel pieno delle Dolomiti di Brenta accanto a pareti straordinarie e a scenari mozzafiato è un’ocasione imperdibile quindi, sfidando la mia gran paura del freddo che negli ultimi anni si sta impossessando di me, decidisi di unirmi a loro.
Col senno di poi, compiere questa gita in giornata avrebbe potuto mettere a repentaglio la mia sicurezza in quanto la fatica mentale della discesa dalla Cima, la stanchezza finale e il raggiungimento del Bivacco Brentei ci ha fatto impiegare non poco tempo ha reso l’esperienza ancora più faticosa.

Il 23 dicembre quindi iniziammo i preparativi con febbrili conversazioni e messaggi vocali su whatsup, decidemmo il materiale da portare valutando le condizioni meteo.
Il 25 il giorno di Natale è successo di tutto, a ripensarci ora, capisco quanta motivazione avevo e a quanto ho tenuto a tutto questo…
La mattina finisco di preparare lo zaino, con mille ansie e mille dubbi, poi mi sposto a Pinè per andare a trovare i parenti e alle 14 con mille dispiaceri sono costretto a lasciare la tavola perchè “dovevo partire per il Brenta”.
Vi lascio immaginare quando ho detto cosa andavo a fare, i mille commenti da iperintenditori di alpinismo, “vara che anca i pù bravi i more…!”, “occio alle valanghe”, “ma nol fa fret?”…
Dopo questa carica estrema di positività lascio la tavola e prendo l’auto per dirigermi verso Sarche, dove ho appuntamento con Kristian per il trasferimento a Madonna di Campiglio e successivamente al Vallesinella.
Faccio 4 curve, il motore della mia auto incomincia a fare uno strano, brutto rumore, così mi fermo in una piazzola per valutare le condizioni…
Non sono un esperto meccanico ma il rumore non era decisamente buono, così, chiamo Kristian e lo avviso dell’accaduto, già mi scende una lacrima, avevo l’occasione a portata di mano e ….
In qualche modo Kristian mi suggerisce per lo meno di portare la macchina a Trento, “tanto fino al Zuffo è discesa!”…
E’ vero e da buon incoscente provo il tutto e per tutto, mi lancio a giri bassissimi in quinta marcia verso il Zuffo, una vera e propria impresa…
Riesco ad arrivarci quando Kristian mi chiama e mi dice, stai li, che passo a prenderti!!
Siamo in ritardo di mezzora sulla tabella di marcia e devo ringraziare di cuore lui, per avermi aiutato in questo momento, per essersi sbattuto a venire fin a Trento a prendermi.
A tutta birra ci lanciamo verso Madonna di Campiglio, dove abbiamo appuntamento con Claudio alla stanga per andare al Rifugio Vallesinella.
Speriamo per tutto il viaggio che sia aperta, questo ci permetterebbe un’avvicinamento più docile, ma così non è… Penso subito al ritorno, sarà una massacrata…

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verso il Vallesinella

Arriva anche Claudio, ci mettiamo gli scarponi e ci incamminiamo verso il Bivacco Brentei, dove in circa 2 ore arriviamo che è già buio, con una piacevole e insolita sorpresa, non siamo gli unici a bivaccare quella notte.P1110544.jpg
Altri due alpinisti stanno passando la loro notte di Natale in quel meraviglioso posto.
Dopo una veloce presentazione ci sistemiamo e iniziamo a scioglier neve per farci da mangiare, utilizziamo i fornelletti da campeggio, molto utili quanto pericolosi se non maneggiati con cura, infatti tra un cambio bombola e l’altro, rischiamo di finir bruciacchiati causa la perdita di liquido gas da parte di una bomboletta che manda a fuoco con una vampata che ancora ho ben impressa nella mente tutto il tavolo del Bivacco.


Nessun danno per fortuna, a parte la manica della giacca e qualche pelo delle mani, ma un gran spavento…
Fortunatamente nel bivacco troviamo un residuo di bomboletta di gas giusto giusto adatto per il fornelletto che ha Kristian, così riusciamo a finir di farci da mangiare la seconda rata di cibo.
Il menù era quasi migliori di un degno ristorante, Pasta e fagioli come primo, salsiccia saltata e riso ai porcini leofilizzato!! Una manciata di noccioline, una buona fetta di pandoro a testa e dopo qualche aneddoto raccontato tra noi e gli altri due alpinisti si va tutti a nanna.
La notte la passo bene, a differenza di quanto mi aspettassi, il mio sacco a pelo tiene molto bene il freddo di cui avevo il terrore e riesco a dormire abbastanza bene, complice anche il caldo eccezzionale che sta stazionando in questi ultimi giorni.
Caldo non significa che c’erano 20 gradi, restano sempre i 4 che abbiamo visto sul termometro, ma nel sacco a pelo non sembra davvero esserci nulla di differente rispetto a casa.
La mattina alle 5.30 suona la sveglia, assonnati ci alziamo e iniziamo a preparare le ultime cose.


Scendiamo dalla “zona notte” e andiamo di sotto a scaldare il the che abbiamo preparato la sera, godendoci la colazione.
Infine, svuotiamo lo zaino e lo riempiamo dello stretto necessario per l’ascensione.
L’attrezzatura che abbiamo portato con noi non è stata tutta utilizzata ma è sempre bene portarla con sè nel caso in cui ci fossero condizioni diverse da quelle ipotizzate.
2 chiodi da ghiaccio con relativi moschettoni, 1 lounge, 1 cordino per il prusik, piastrina per la calata in corda doppia, 2 piccozze, io ne avevo una dritta e una curva, ramponi, caschetto, imbrago, due moschettoni.
Ore 6.30 circa e si parte, tutte le ansie e le preoccupazioni devo lasciarle al bivacco, si era detto che avremo valutato le condizioni e in base al tipo di neve o ghiaccio trovato avremo valutato se salire oltre il ginocchio o no, ma questo è solo un divertente ricordo.


Prendiamo il sentiero 318A che porta verso Bocca di Brenta, dopo un centinaio di metri voltiamo a destra e scendiamo nella Val Brenta Alta e successivamente ci rialziamo verso la Vedretta del Crozzon, li, siamo alla base del Canalone Neri a quota 2350m circa.
La notte sta cedendo spazio al giorno e il cielo perfettamente limpido mi sta regalando dei colori stratosferici.
Si vede benissimo la fascia atmosferica che regala una sfumatura di colori che parte dal viola sino all’azzurro pallido.
Alla mia destra noto un’impressionante numero di vette, partendo dal Vioz, sino al Monte Cevedale e non solo.
Le scarse nevicate regalano anche una triste visione delle piste da sci di Madonna di Campiglio innevate artificialmente, le quali stonano vistosamente con il paesaggio sottostante.
Una leggera brezza fredda ci investe, siamo sotto al canalone e ci prepariamo per l’ascensione, indosso il piumino a cui tolgo le maniche e sopra metto il mio guscio in goretex blu, estraggo le picche dal mio zaino, lego i chiodi da ghiaccio con il relativo materiale all’imbrago e iniziamo a risalire.


Tutte le ansie, tutte le paure che nei giorni antecedenti ad ora si erano manifestate, se ne vanno via.
Lo scivolo visto da vicino dà un impressione totalmente diversa, questo non ne cancella le difficoltà ma dà una valutazione migliore dell’itinerario e di cosa mi aspetta.
Inizialmente Kristian fà traccia su primi metri di neve durissima, il ritmo è buono e inizio a prendere confidenza con questo scivolo.
Cerco di darmi un passo costante, che mi tenga in temperatura ma che non mi faccia sudare, quindi scandisco dentro la mia testa un ritmo piuttosto buono che le mie gambe provate dalle gite dei giorni scorsi sembrano reggere con incredibile forza.
Probabilmente il recupero è stato importante, come fondamentale sono stati i consigli suggeritomi fino a qualche ora precedente l’ascensione.
Dopo i primi 200m circa la neve inizia un pò a cedere ma senza grossi problemi continuiamo nella nostra ascensione.


Kristian si ferma per scattare qualche foto, anche io prendo l’iniziativa e con la mia macchina fotografica imprimo ricordi e i sorrisi dei miei compagni, poi, inizio a far traccia io.
Davanti a me lo scivolo, in tutto il suo splendore, candido e irto come pochi avevo visto finora da così vicino, un passo dopo l’altro appoggiandomi alla picca lo risalgo, creando scalini e cercando la via più ghiacciata possibile in modo da non far troppa fatica nella progressione.


La pendenza da 45 gradi inizia ad aumentare, non me ne accorgo neanche quando mi trovo alla base del famoso “Ginocchio” che in condizioni perfette si appresta ad essere violato!
Passo io per primo, in mezzo ad una lingua di neve che considero buona (nonostante la mia assoluta inesperienza).
Ci azzecco, infatti la neve dura permette un’ottima progressione e il superamento della parte più critica, e crepacciata.
Noto due righe distinte orizzontali mentre risalgo lo scivolo e le associo alle relazioni lette e rilette nei giorni prima, dove si parlava di due distinte crepacciate terminali.
Superato il ginocchio le pendenze aumentano e si nota visibilmente, la relativa poca neve caduta sino ad ora dà una sensazione strana.
Sembra proprio che ci sia un’incurvatura sullo scivolo che proietta verso l’altro la parete.
Da 45 si passa a 50, 55 e in certi punti sembra che si sia arrivati anche a 60 gradi comodi, infatti si passa dal piantare la piccozza per il manico ad utilizzare la becca puntando le punte. E’ una sensazione stupenda, vedere la piccozza impiantarsi e restare li, ferma immobile al primo colpo, provo una sensazione simile a quella che provavo da bambino quando giocavo con le macchinine.


Tra una pausa foto e una per aspettare i compagni cerco di bere anche qualcosa e mangiare del miele che ho a portata di tasca, giusto per tenermi idratato e ben alimentato, ma più saliamo più mi accorgo che fà caldo, sembra neanche di essere su una parete nord, io sto salendo con il guscio e il piumino aperti.
Iniziamo ad alternarci la battitura del canale io e Kristian in quanto la neve sta iniziando a essere sempre meno consistente, complice dell’inversione termica.
Siamo quasi verso tre quarti della salita, quando Kristian passa davanti a me e inizia a battere un pò di traccia.
Iniziamo a sentire un pò la stanchezza, le condizioni della neve nel tratto finale da 55 gradi sono decisamente diverse e creano più difficoltà nella progressione, ma nulla di chè, si fa solo più fatica perchè non sempre lo scarpone si aggrappa bene al manto ma ne sprofonda di qualche cm.


Ad un certo punto mi fermo a scattare una foto a Claudio, ripongo la macchina fotografica legata all’imbrago impugno le due picche alle quali sono ancorato con il mio imbrago e dall’alto sento un’urlo, “Occhioooooooooooo”….
Durante i concitati messaggi vocali che Kristian dava al gruppo su Whatsup mi è rimasto impressa una frase, “Guai guardare in su quando sali, sopratutto se vola giù qualcosa, perchè può sfigurarti se ti prende giusto..”…
Alzo la testa per un’attimo, istintivamente, da stupido e vedo davanti a me in caduta libera un sasso della grandezza di 5cm arrivare diritto verso di me ad una velocità che non riesco a quantificare, istintivamente mi proteggo accovacciandomi e rannicchiandomi sulle punte dei ramponi, poggiando la testa e il casco alla parete e cercando di avvicinare più possibile il petto alla neve in modo che qualsiasi cosa avrebbe potuto colpirmi avrebbe trovato come ostacolo il casco, o lo zaino.
Sento un rumore quasi “straniero”, un “sfium…” velocissimo a destra e sinistra, rimango così per 2 minuti fino a fine della scarica..
Urlo a Kristian, “posso??” e senza alzare la testa attendo la sua risposta.
“Vieni!!” sento dall’alto, quindi esco dalla mia posizione e rincomincio a risalire, con un pizzico di adrenalina in più, che non guasta di certo, ma che comunque mi fa pensare, molto.
La montagna ancora una volta ci sta mettendo in guardia.
Continuo passo dopo passo e piccozzata dopo picozzata a risalire, quando vedo una cornice poco marcata che indica all’uscita del canale.P1110584.jpg
Manca davvero poco, la vedo là, ma è solo un’impressione, da sotto quantificare la distanza è pura utopia, o sei abituato o l’unica cosa da fare è procedere senza farsi tante domande…
Risento “Occhioooooo!”, questa volta non mi faccio fregare, non guardo da nessuna parte, mi butto in posizione e aspetto.
Un blocco di ghiaccio della grandezza di un bicchiere mi colpisce al braccio sinistro, sento un male assurdo, una sorta di bruciore..
Riparto, e dopo circa altri 15 minuti vedo Kristian uscire dal Canale…
L’ultimo tratto è ostico, ghiacciatissimo e sono quasi costretto a dover puntare le picche con forza per poterlo attraversare, ma dopo quest’ultima fatica un potente sole mi acceca, altri 4 passi e vedo l’uscita, vedo il panorama, vedo la luce!


Mi fermo prima di uscire per scattare qualche foto mia e a Claudio che è rimasto un pò indietro, finite le foto esco ed esulto!!!
Cimaaaaaa!!!! Sono felicissimo, un sole potentissimo mi colpisce restituendomi tutto il calore che avevo tanto sognato in queste ultime ore, vedo Kristian seduto che sta cercando di rianimare i suoi piedi congelati, io proseguo e accenno a una corsetta per andare a toccare la famosa madonnina della Tosa.
Mi scatto due foto e condivido il momento con chi ha creduto in me e mi ha dato una bella carica di positività finora. Mando una foto su Whatsup e successivamente spengo il telefono.


Lo ho scarichissimo e non voglio che si spenga proprio ora che arriva la parte più difficile di tutto, la ricerca del punto di calata, la calata e il ritorno alla base.
Una piccola pausa ristoratrice, beviamo, mangiamo e iniziamo subito a cercare il punto di calata.


C’è un pò di confusione tra di noi, ma tra un tentativo e l’altro riusciamo a trovare un primo punto di calata.
Qui inizia una fase per me molto delicata, probabilmente perchè non sono per nulla abituato e perchè ho ancora poca fiducia negli attrezzi alpinistici e in me stesso, iniziamo a disarrampicare con picca e ramponi un canale e successivamente un tratto di misto che si affaccia a sbalzo sui terrazzi dell’anfiteatro di Cima Tosa, che sul versante verso Vedretta d’Ambiez regala un panorama entusiasmante quanto spaventoso.
Kristian cerca questo punto di calata secondario, un camino di circa 40 metri attrezzato inizialmente da fettucce e da spit appositamente inseriti per la calata.
Dopo essermi un pò ristabilito psicologicamente, mi sposto in modalità gatto verso il punto di calata, dove attrezzo una corda doppia e successivamente mi calo per circa 15 metri fino ad un pianoro dove Kristian mi sta aspettando.
Anche Claudio fa lo stesso e così per un’altra volta.IMG-20161227-WA0013.jpg
Non conosciamo la calata, io l’avevo fatta una volta da quel camino ma in estiva e il punto di ancoraggio non lo ricordavo.p1110618
Successivamente al secondo terrazzino troviamo uno spit cementato nella roccia, dove decidiamo di attrezzare l’ultima calata che ci porta alla base del camino e successivamente quindi alla fine delle difficoltà.
Sono decisamente più sollevato, ho perso un pò la testa prima e mi sono agitato un pò inutilmente, ma posso assicurare che la stanchezza era in agguato e in inverno le condizioni sono decisamente diverse anche su un intinerario così.
Mettiamo via parte dell’attrezzatura usata per la calata e iniziamo a incamminarci verso il Rifugio Pedrotti, la prossima meta, discendiamo canalini innevati alla ricerca di orme da seguire che portino sulla traccia giusta verso il rifugio.P1110621.jpg
Stanchi e assetati ci avviciniamo al Rifugio per vie tracciate in precedenza, mi accorgo anche di qualche impronta di cane.
Inizio a sentire le gambe un pò affaticate, ma i tratti in piano, dove non sprofondi troppo nella neve mi ridanno un senso di scioltezza e mi fanno recuperare in qualche modo le energie.P1110625.jpg
Dò fondo alla mia bottiglietta di acqua misto the e sali minerali prima di attaccarmi alle bustine di miele e frutta secca, pronto per l’ultimo sforzo.
Dal Rifugio Pedrotti intravedo il sentiero estivo verso la Bocca di Brenta totalmente innevato, seguo un pò le tracce ma poi si interrompono, c’è un pezzo a mio avviso troppo pericoloso con una pendenza oscena che è un passaggio obbligato verso la bocca, io non mi fido, sono stanco e la lucidità viene a meno per tanto mi giro e guardo Claudio dicendoli “io scendo e risalgo dalla vedretta”…
Lui è daccordo, non riusciamo a trovare altra soluzione, così seguiamo le tracce che scendono dal Pedrotti e risalgono fino a Bocca di Brenta attraverso quella che una volta era una bellissima vedretta e che ora che è in invernale un pò lascia immaginare la sua maestosità.P1110628.jpg
Verso tre quarti della salita, inizio seriamente ad arrancare, faccio dieci passi e mi fermo, riprendo fiato, altri dieci e mi rifermo, così fino in cima, la pendenza non ha nulla da invidiare al primo pezzo del Neri e da lontano sento Kristian che ci urla, “voi siete matti”!!!
D’altronde ritenevo più sicuro fare un pò di fatica in più che mettermi a fare un traverso con il buio che incombe, anche se come suggerisce Kristian si sarebbe potuto fare una simil sosta con la picozza e utilizzare la corda.
Non lo sapremo mai, se il tempo impiegato per attrezzare il tutto e passare sarebbe stato lo stesso del scendere e risalire.Pano-Pedrotti.jpg
Arrivati in Bocca ci lanciamo verso il Brentei, ripeto a ritroso la famosa salita fatta durante il Brenta Trail di quest’anno, attraverso il famoso ghiaione che, con la neve, è tutta un’altra cosa in giù!!!P1110634.jpg
Piu avanti scorgiamo il lungo traverso che porta verso il Brentei, cercando in qualche modo la direzione giusta per evitare di dover poi rialzarci troppo, camminiamo senza ormai parlare più…
Io ho un male al piede spaventoso, sul traverso ogni passo sembra una lama che si infila nel piede, complice gli scarponi usati poche volte e anche la durezza della suola.
Cerco di non pensarci e continuo.
Dopo circa un’ora siamo al Bivacco del Brentei, stremati ma contenti.
Io mangio tutto quello che trovo lasciato li dalla mattina, poi metto via i ramponi e cerco di mettere tutto nello zaino, sacco a pelo compreso.
Col buio che ormai ci fà compagnia iniziamo la discesa, lunga, in silenzio, io cammino a testa bassa combattendo contro il male al piede e cercando di non scivolare sul ghiaccio che incombe sul sentiero di ritorno.
Primo bivio, tutto ok, arrivati al Rifugio Casinei succede l’imprevisto.
La totale incapacità mentale di ragionare mi fa prendere il sentiero più lungo per il rientro, leggo la tabella Rifugio Vallesinella , Sentiero dell’Orso, inizialmente penso “che strano, sentiero dell’Orso” ma la stanchezza mette via subito il pensiero e lo sostituisce con “continua a camminare che tra un pò arriviamo al Vallesinella”, ma quando ci accorgiamo che il sentiero va “troppo in là”, Kristian inizia a imprecare giustamente…
Mi sento un pò in colpa in quanto io ero il primo del gruppo, ma la completa mancanza di lucidità e probabilmente l’ancora ben presente “senso innato dell’automasochismo kilometrico residuo dalle gare di quest’anno” mi fanno prendere la direzione sbagliata.
Quindi allunghiamo di circa 40min la nostra agonia verso il Vallesinella.
Arrivati al Vallesinella mancano ancora 35 minuti come da tabella per arrivare a Campiglio, ricordate la strada chiusa???
Beh…. ogni commento, parola o imprecazione in questo momento è totalmente fiato sprecato, si perderebbero solo energie…
Riaccendo il cellulare e inizio a ragionare sul fatto che qualcuno dovrà pur portarmi a casa dalle Sarche sino a Cadine e di certo non lo farò fare a Kristian al quale ho allungato già il sentiero di ritorno e che mi ha fatto la gran cortesia di venire a prendermi al Zuffo a Trento, quindi cerco una soluzione e dopo poco la trovo, una ragazza verrà a prendermi alle Sarche.
Sento anche un pò di persone che probabimente erano anche in pensiero per me, o almeno, era quello che io avevo pensato, visto che a mezzogiorno avevo dato segno della mia presenza e da li in poi avevo spento tutto….
Qualche scambio di messaggi e poi lascio stare tutto…
Arriviamo finalmente alla macchina, Claudio ormai che ci stava davanti di qualche minuto ha acceso l’auto io subito gli ho restituito una delle due picche che mi mancavano e appena arrivato Kristian ci ha salutato scappando a casa.
Noi due rimasti, (un pò in tutti i sensi) ci trasciniamo verso la nostra valle, non prima di aver bevuto praticamente in un sol fiato una birra in un bar che abbiamo trovato scendendo da Campiglio.
Saluto Kristian alle Sarche e al distributore aspetto la mia amica che è venuta a prendermi. Lei è ignara di cosa è successo nelle ultime 30ore, meglio così, chi lo sà…
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Oggi al lavoro tra una telefonata per il recupero dell’auto e i convenevoli messaggi di congratulazioni, con la testa ero ancora lassù, la stanchezza ancora c’è e la mente non è ancora lucidissima ma in questi ultimi anni ho imparato a fidarmi più del mio istinto che dei miei pensieri e il mio istinto oggi è stato quello di tornare a casa, aprire il web e cercare relazioni di altri canali, altri sogni, altre ascensioni, questo è stato il sogno della mia vita alpinistica ma probabilmente e lo spero, sarà solo il trampolino di lancio per future nuove avventure verso l’alpinismo un pò più tecnico, chi lo sà? Bisogna solo, fare esperienza, prendere confidenza ma mai troppa, come mai devo dimenticarmi chi sono e la fortuna che ho avuto potendo fare tutto ciò, nonostante la malattia.

Oggi al lavoro mi stanno già arrivando inviti di canali, nord, ascensioni, da parte di amici che questa passione la portano con se, come a dire “Alan, benvenuto tra noi!”, mi fa piacere!!

Dedico questa mia piccola impresa alpinistica a tutte le persone che stanno sul divano e che si stanno lamentando della loro vita monotona, non sapendo che è solo frutto della loro mente.
Auguro loro, di trovare la giusta serenità per potersi alzare e capire che la vita ha sempre qualcosa da insegnarli, che dal dolore si può sempre uscire e dalla malattia si può sempre vincere, che sia essa una malattia cronica come la mia o che sia solo un momento buio, c’è sempre una via di uscita.
Non importa se si va in montagna o se si fanno imprese così, per me questo è il mio Everest, ma se penso a 5 anni fà, il mio Everest era arrivare in cima al monte di casa mia, 17 anni fà era poter salire le scale per arrivare a casa.
Ognuno ha il suo Everest, l’importante è che continui a cercare di scalarlo e non si arrenda MAI!!!

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Carè Alto 3465m – Via Cerana

Il Carè Alto è una montagna delle Alpi Retiche meridionali, conosciuta anche come la regina del Gruppo dell’Adamello, con i suoi 3462m è la più alta della dorsale nord-sud e il suo profilo svetta in ogni parte del Trentino.
Sin dalla prima gita in montagna ogni volta che mi fermavo a contemplare il panorama, una piramide mi continuava ad osservare, come quasi fosse li a dire “Che aspetti? Vieni a trovarmi!”.
Con un collega avevamo provato ad avvicinarci durante una gita, partendo dal Lago di Bissina per poi salire il Passo delle Vacche, sul suo versante Sud/Ovest, ma giunti al passo in quei tempi io non ero in grado di poter proseguire causa il mio insufficiente allenamento.
Quest’anno invece l’allenamento è decisamente migliore rispetto a quei tempi e i tempi sono decisamente più maturi, ho più esperienza di montagna, di fatica e penso di averne parlato così tanto ai miei amici che non andare a farlo sarebbe stata una delusione per me.
Ho così chiamato una persona che aveva captato la mia voglia di salirlo e voleva mettersi a disposizione anche per tirare fuori un pò di vecchia attrezzatura che aveva lasciato da parte per ottimi motivi personali.
Ho capito subito che era una persona di cui potevo fidarmi, per un sentore mio personale, una sensazione che mi ha dato fiducia e mi sono messo nelle sue mani, e lui, come me, si è fidato di me e insieme abbiamo superato alcune difficoltà che racconterò, non da principianti.

Decidiamo che il giorno giusto è il 6 agosto 2016, io non ho bisogno di allenamento, perchè sono in piena stagione “agonistica”, i numerosi Ultratrail ai quali ho partecipato in regione e fuori sono davvero un ottimo valore aggiunto per il quale mi sento davvero carico e sicuro di me, questo è importantissimo perchè di testa ho bisogno di sentirmi così per superare certe difficoltà.

C’è da dire che solitamente sono un solitario, infatti fin dove posso cerco sempre di andare da solo, come si è visto nella mia esperienza di solitaria alla Presanella, o a tantissime altre cime, ma questa, la regina, non si può sottovalutare in nessun modo e io porto gran rispetto.
In particolare il punto chiave è l’arrampicata di terzo grado che va fatta partendo dalla vedretta sotto la cima e che rimonta la Cresta Est, via che noi abbiamo deciso di salire.

partenza

Attrezzatura e zaino di partenza

Sono le ore 02.00 quando io e Paolo ci ritroviamo davanti a casa mia, da li proseguiamo nel buio sino a Spiazzo dove giriamo a sinistra e ci arrampichiamo con l’auto verso la Val di Borzago, arrivati al parcheggio di Pian de la Sega 1280m.
Prepariamo tutta l’attrezzatura, decidiamo così di salire sino al Rifugio Carè Alto con le scarpe da Trail per rendere meno rognosa la salita che caratterizza questo rifugio come dura e aspra.
Sono circa le 4.10 e partiamo, la forma fisica è perfetta, la temperatura è buona e l’umidità è spropositata, sudiamo 7 camicie, per arrivare sino al Rifugio.
I giorni precedenti mi è stato detto dal gestore del Rifugio che sulla Cima ha nevicato in modo eccezzionale per il periodo, infatti ad Agosto è effettivamente una sorpresa vedere la cima parzialmente imbiancata da un candido manto.

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Carè Alto Cresta Est dalla Vedretta Est

Passiamo dalla Malga Coel di Pelugo 1423m continuando su questi scalini in granito che ad ogni passo sembra di fare uno squat completo, solo un piccolissimo tratto di pianura ridà fiato e ossigeno ai nostri muscoli, ma noi a testa bassa proseguiamo fino al Rifugio.

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Malga Coel di Pelugo

E’ ancora buio infatti, non stiamo tanto a guardaci intorno perchè non c’è nulla da vedere, la luce delle nostre frontali si scontra con le particelle d’acqua che l’alta umidità rilascia nell’aria, sembra di stare nel Bormeo!
Passiamo in serie, Malga Niscli 1960m e Malga Zoccolo per poi puntare direttamente ai 2459m del Rifugio Carè Alto.

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L’inizio dell’alba

Giungendo al Rifugio ci soffermiamo qualche minuto ad ammirare l’alba che splendida ci investe di luce e calore.
Sono le 6.16, siamo stati piuttosto svelti a salire, la frescura e la voglia di Carè mi fa tenere il passo piuttosto arzillo, Paolo segue come un fedel soldatino, lui ha penso 10 volte la mia gamba, poi scoprirò una cosa shoccante per le mie orecchie, ma lo racconterò poi…

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L’Alba dal Rifugio

Ne approfittiamo per lasciare gli zaini al sole asciugarsi ed entrare nel Rifugio che deserto non si è ancora svegliato, a parte il figlio del gestore che ci accoglie.
Io bevo un the caldo e Paolo mangia qualcosa, chiediamo delle condizioni della cresta e ci viene spiegato che non ci sono difficoltà rilevanti rispetto al solito, la neve dovrebbe sciogliersi velocemente e non c’è pericolo di sorta.
Fiduciosi e carichi cambiamo hardware e passiamo dalla scarpetta minimale allo scarpone da alta montagna e partiamo verso l’itinerario della Cresta Est (o Via Cerana).
Da dietro al Rifugio seguiamo le indicazioni per la Bocchetta del Cannone, che raggiungiamo dopo circa 45min di cammino passando da alcune roccette.

 


Giunti alla Bocchetta del Cannone 2850m ci scattiamo qualche foto e raggiungiamo una cordata che era partita la mattina dal rifugio, il loro passo mi spaventa, sono molto lenti, lui uno del luogo e due ragazze non proprio del luogo ci salutano e noi gli diamo appuntamento sotto la paretina.

Scendiamo pochi metri e saliamo sulla morena che innevata ci permette una progressione più comoda ma senza non pochi grattacapi, la pendenza infatti ad un certo punto si fa abbastanza ostile e siamo costretti per qualche decina di metri a calzare i ramponi.
Sotto ovviamente c’è ghiaccio, siamo circa a 2950m quando arriviamo sotto la paretina.


Siamo al punto chiave, io inizio ad avere un pò di ansia, ma cerco di non pensarci, è una cosa che devo e voglio affrontare a testa alta senza farmi prendere dalla paura, Paolo inizia a preparare il materiale, io scatto qualche foto e lo aiuto nelle formalità della cordata.

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La parete è una placca appoggiata di circa 30metri con intagli di ogni tipo che salgono verticali o orizzontali e permettono una facile progressione, ma per chi, come me, non arrampica così spesso, possono cmq dare qualche grattacapo.


Invece, una volta arrivato in cima, Paolo mi fa da assicuratore mentre io risalgo la parete, la corda che ho legata alla vita mi dà la sicurezza psicologica durante la progressione, ma mi accorgo che durante tutta la salita non è tesa a sufficienza non per mancanza di professionalità o di sicurezza da parte del capo cordata ma perchè voglio dentro di me affrontare questa parete con le mie gambe e la mia testa, non voglio farmi tirare su, è contro il mio orgoglio e sò, che ne ho le possibilità.
Quindi lentamente ma con convinzione e determinazione mi arrampico i 30m di parete e arrivo in cima alla Cresta Est.
Da qui il panorama è ancora più bello anche se piuttosto esposto e non essendo molto abituato all’esposizione devo concentrarmi un pò per non farmi venire le paturnie!!

Mentre il signore bestemmia dietro alle ragazze io e Paolo decidiamo di continuare la cresta, ma non prima di chiederli “Quanto mancherà da qui alla cima?”
“Un oretta e mezza circa se andate a passo normale”!

Non appena siamo sul versante Nord mi si gela il sangue, io e Paolo ci guardiamo e decidiamo di proseguire.
Le condizioni sono pessime, diverse da quelle che ci aspettavamo, la roccia non si vede, la via neanche, dobbiamo fidarci di noi stessi e in “conserva” iniziamo la nostra arrampicata.
Se la paretina mi sembrava il punto chiave, questa cresta così innevata e piena di ghiaccio mi sembra il doppio punto chiave.

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Uno sguardo verso il versante S/O

La situazione è particolare, non è nè pulita, nè completamente ghiacciata, i sassi sono molto viscidi e scivolosi, il permafrost non esiste più e le rocce sono parzialmente instabili, la neve ha ricoperto i pochi ometti che davano un’indicazione verso la Cima e noi avanziamo metro dopo metro come se camminassimo a modalità gatto.
Più di una volta ho avuto paura e lo ammetto a me stesso ma anche a Paolo, lui ogni tanto si gira e vedo che in volto non è più sereno e pacato come l’ho imparato a conoscere e questo mi dà l’idea di quanto la situazione è delicata, ma noi siamo una squadra davvero invidiabile e ce ne freghiamo seppur con coscenza e proseguiamo.

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Sorrisi accennati in vista della Croce di Vetta

Dopo 2 ore da quando siamo rimontati sulla Cresta, arriviamo all’altro cannone.
Come da relazione abbiamo percorso tutta la cresta sul lato Nord evitando di andare a incastrarci sul lato Sud che a picco punta sulla Vedretta dalla quale siamo saliti.
Vedo le baracche e la teleferica e ancora non vedo la croce di vetta.
Proseguiamo e dopo circa una mezzoretta arriviamo all’anticima, vedo la Croce, ma il tempo inizia a guastarsi.

Alan Carè Alto

Anticima a pochi metri dalla croce

Siamo in una nuvola o in un nebbione terribile e anche la parte sommitale della Cima è completamente rivestita di ghiaccio a chiazze, il chè ci impiegherebbe ancora almeno 1 ora per risalirla e ridiscenderla in sicurezza.
Mi giro, guardo Paolo e accenno ad un sorriso, ma lo sò che dentro di me si sta scatenando l’inferno, sono triste, ho la croce a 20metri e non posso andare a toccarla, sò che per la nostra sicurezza ci conviene volta a destra andando a prendere di nuovo la parete Nord da dove risale la via normale (che tanto normale non è), perchè è già tardi e perchè le nebbie stanno diventando davvero tremende.
Penso ai 3 ragazzi incrociati poco prima e sono preoccupato.

Iniziamo a scendere verso la via normale, che si rivela divertente.

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Nella prima parte c’è da stare attenti in quanto le rocce sono instabili e il permafrost ormai è quasi diventato un’utopia lassù.
Arriviamo in un punto di calata, dove a valle si forma una sottospecie di V appoggiata che scende, noi per fare prima attrezziamo velocemente una doppia e scendiamo sino al pinoro dove c’è la vera e propria calata con anello che indica anche l’inizio della Via normale.

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La prima calata sulla via Nord

Siamo molto piu rilassati rispetto a quando eravamo sulla cresta infatti già si sente nell’aria la voglia di scherzare e di chiacchierare, cosa che prima la tensione non ci permetteva di fare, riuscivamo solo a scambiarci sguardi e io che chiedevo a lui di aspettarmi nonostante la conserva perchè il mio passo era decisamente più lento e meno esperto, lui mi confida anche che era da tempo che non faceva più cose alpinistiche.

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Secondo punto di Calata e arrivo del primo tiro sulla via normale

Finita la calata, divertente e spettacolare arrivo sul ghiacciaio, attendo che anche lui si cali e insieme formiamo una cordata per superare tutta la Vedretta di Lares, tenendo come punto di riferimento uno sperone di roccia conosciuto anche come Sass del la Stria.


A passo quasi ciondolante tiriamo fuori le ultime energie e ci attraversiamo il ghiacciaio, fino ad incontrare un pianoro dove ci gettiamo a capofitto, godendoci una meritata pausa, io sono sciupato dalla sete, mi evaporo una bottiglietta d’acqua in un batti baleno mentre Paolo si allontana per scattare qualche foto!


Lui probabilmente avrebbe rifatto il giro, si, infatti per lui questo è un’allenamento, per me è la gita della vita sulla montagna dei miei sogni, su quella piramide che ho sempre sognato e dove si è costruita la storia dell’Italia e non solo.
Il Carè Alto è stato teatro di battaglie durante la Prima guerra mondiale, sede di scontri violenti tra l’esercito Italiano e quello Austriaco.
Per me è come aver scalato un monumento, a cui è stato necessario chiedere permesso.

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Relax in spiaggia

Finita la pausa ci ricomponiamo, mettiamo via l’armamentario e ci dirigiamo verso il Bus del Gat, il sentiero non ti molla mai, sassi e terreno scivoloso lo fanno da padrone, tranne che per un breve tratto anche qui di totale pianura dove le nostre gambe si rigenerano.
Dopo circa 3 ore da quando abbiamo toccato il ghiacciaio della Vedretta di Lares arriviamo al ponte tibetano sospeso, che per me indica che siamo in vicinanza del Rifugio.
Inizia a farmi male davvero tanto il mio piede, un problema che mi tiro dietro da qualche mese e che con questi scarponi sta diventando devastante.
Non vedo l’ora di tornare al rifugio e rimettere i piedi nelle mie comode scarpe morbide e basse.


Sono le 18.20 e siamo arrivati al Rifugio, entriamo che sembriamo appena ritornati da una missione in miniera, tutti ci guardano e noi raccontiamo la nostra avventura.
Io parlo col gestore e gli dico che siamo preoccupati per la cordata che ci precedeva, infatti lui si mette in contatto con l’altro Rifugio il Rifugio ai Caduti dell’Adamello dove i ragazzi erano intenzionati ad andare.


Io mi rifiuto di credere che loro in giornata riescano ad arrivare fin li, in quanto noi con un ottimo allenamento ci abbiamo messo molto tempo, loro a giudicare dal passo che avevamo potuto osservare all’inizio non sarebbero neanche arrivati al ghiacciaio…
Intanto ci buttiamo giu una minestra condita da formaggio grana, una birra abbondante e festeggiamo così la nostra impresa.
Poco dopo cena il gestore ci informa che il ragazzo ha telefonato e che sono alle ore 19.30 scendendo dalla normale del Carè.
Dentro di me penso, “per fortuna che quel ragazzo era la sesta volta che lo faceva”, e mi ripeto che se io dovessi mai essere così presuntuoso da portare delle persone su una montagna così e in quelle condizioni non me lo sarei mai potuto perdonare, rischiando grosso con le loro vite e con la mia.
Credo che bisogna essere allenati e pronti a saper scappare da certe situazioni anche quando le gambe non vanno e la testa le blocca, loro a mio avviso hanno avuto grosse e serie difficoltà innanzitutto perchè erano lenti, poi perchè con la strada già tracciata da noi sono riusciti davvero ad arrivare dove erano in un tempo spropositatamente lungo.

Noi però intanto salutiamo tutti e si incamminiamo verso l’auto che raggiungiamo circa dopo 2 ore.
Nello scendere il sentiero fatto la mattina al buio ci permette di poterci guardare intorno, beh, potessi rifarlo al buio sarebbe meglio, è osceno, sopratutto in discesa, sopratutto dopo una giornata così, ma quando arriviamo all’auto non mi sembra vero e gioisco dentro di me.
Tolgo le scarpe e indosso le ciabatte promettendo a me stesso che non avrei mai messo più quegli scarponi almeno fino a quando il mio piede non potesse stare meglio.
Sono circa le 21 e il giorno si prepara a far posto alla notte, diamo indicazioni a due ragazzi che al Pian de la Sega stanno pernottando in tenda per prepararsi alla salita il giorno dopo.
Spengo l’orologio che segna circa 20km e 2100m di dislivello, che fatti in giornata su quei terreni difficili e tecnici per me suonano come una gran soddisfazione.
Volevo conquistarlo il Carè, ce l’ho fatta, mi manca di toccare la croce, ma tornerò, gliel’ho promesso, per abbracciarla e dirle grazie, per avermi permesso di andare lassù.

Devo ringraziare davvero tanto Paolo, che ha avuto molta pazienza, si è fidato di me, mi ha accompagnato in un sogno.
Sò che gli ho risvegliato la vena alpinistica che da tempo aveva assopito per via della famiglia, spero in cuor mio di avere ancora grosse soddisfazioni con lui in ambito alpinistico e di iniziare ad affrontare altre sfide nuove ed emozionanti come lo è stata questa.