Carega – Vaio dei Camosci + Vaio Bianco

Ancora esterrefatto dall’esperienza positiva del Canalone Neri a Santo Stefano, continuo ad essere alla ricerca di nuove emozioni che mi facciano vivere la montagna a 360 gradi.
L’esperienza maturata in quella scalata ha sfondato a piè pari una porta che da tempo era chiusa col sigillo e che crescendo non ho mai cercato di aprire, quella dell’autostima, frutto anche di una vita iniziata col piede “storto”, dove una serie di meccanismi mentali viziati da una vita da “malato” hanno sortito su di me un basso apprezzamento riguardante le mie reali possibilità di iniziare ed intraprendere certi tipi di obbiettivi.
E’ difficile da spiegare, ma passare i primi 15 anni di vita a sentirsi dire “No, non lo puoi fare”, diventa dopo un pò un meccanismo mentale per il quale tu pensi “No, non lo posso fare” in tutti i campi…. Non lo auguro a nessuno.

 

Il compagno ormai è sempre lo stesso, il grandissimo Kristian e ho scoperto ieri che siamo due bambini che vogliono assolutamente giocare, esplorare e a volte osare, richiamati dalla verticalità in un modo pazzesco.

Quindi partiamo dal solito gruppo di Whatsup che questo giro si chiama “Domenica”, composto da quattro persone, dove si cerca di buttar giù una serie di proposte e itinerari da poter sfruttare per iniziare a conoscere la zona che vogliamo esplorare.
Con il solito motto “Siccome non ci siamo già stati facciamo cose semplici”, decidiamo quindi di leggere bene e documentarci sulla risalita del Carega dal Vaio dei Colori, un’estetica linea di neve e ghiaccio con qualche tratto di misto che ci porterebbe a Bocchetta Mosca dopo una progressione di circa 450m di dislivello circa da fare ovviamente con gli amati ramponi e picozze!!!
Così organizzati, decidiamo di darci appuntamento alle ore 7.30 a Recoaro Terme, dove poi proseguiremo per il Passo Campogrosso 1450m.

Domenica, ore 4.30 suona la sveglia, faccio le solite cose e mi avvio verso Pietramurata dove Kristian mi aspetta.
Durante il viaggio la macchina accende una spia del motore, per fortuna per pochi secondi, ma dentro di me si scatena il panico e penso “Cazzo Kristian porta sfiga, o c’è un segno del destino per il quale io non debba andare a fare canali con la mia auto” , il quale mi fa pensare subito malissimo e mi rievoca i ricordi non proprio positivi del Natale 2016.

Fortunatamente arrivo a Pietramurata e partiamo per andare a Rovereto a prendere Gabriele, successivamente Recoardo dove incontreremo Elisa e poi alla volta di Campogrosso.

Arrivati a Campogrosso nel piazzale già c’è “il mercato del giovedì”!!! Ci “dividiamo” il materiale, quindi io porto Corda, 2 Picche, roba mia ecc ecc, loro lo stretto indispensabile, questo perchè ironicamente mi vogliono far andare al loro passo visto che io scalpito!!
Non contenti mi avrebbero voluto dare anche l’acqua per tutti, i viveri e quant’altro!!!
Partiamo su strada innevata quasi ghiacciata scendiamo per qualche metro fino ad un ponte dove voltiamo a sinistra e iniziamo il ripido avvicinamento al Vaio.

Avvicinamento

Seguiamo tracce scialpinistiche che risalgono irte in direzione Bocchetta Fondi, quando verso quota 1700 voltiamo a destra percorrendo un traverso che ci porta ad una piccola selletta, dove si può anche notare un gendarme molto evidente.
Qui incontriamo due signori, vicentini con i quali facciamo quattro chiacchiere scoprendo poi che stanno andando a fare lo stesso itinerario nostro.
La loro meta del giorno era il Vajo Bianco, la nostra il Vajo dei Colori, quindi decidiamo di seguirli inizialmente pensando anche di guadagnare tempo, perchè “tanto alla fine i due Vaj partono dallo stesso punto” dice il Vicentino.

Ridiscendiamo qualche metro in discesa sul versante Nord della selletta e seguiamo tracce nevose che ci portano a effettuare un traverso che si inserisce alla base di un canale che subito iniziamo a scalare.

Io parto a bomba, galvanizzato dalla visione della verticalità e “conduco” la cordata, ogni tanto fermandomi e facendo qualche foto ai miei compagni.


Ad un certo punto incontro una biforcazione, “Sinistra o Destra?” chiedo, e da sotto sento, per i Colori a destra, dico ok, e proseguo.
Il canale si fà sempre più verticale e arriva a sfiorare pendenze davvero quasi verticali, e dentro di me inizia a crearsi un dubbio, oltre che ad una forte scarica di adrenalina!!!!

Ogni tanto mi giro e controllo la presenza dei miei compagni che da sotto mi mandano in esplorazione.
Dopo un centinaio di metri di dislivello vedo già un’uscita e lo comunico al gruppo e uno dei vicentini mi dice, “Ho l’impressione che no siamo giusti!”…


Bene, ma intanto andiamo su in cima così non stiamo in un canalino a pensare mentre i sassi ci flagellano il casco, poi vedremo il da farsi.
Vedo l’uscita del canale e mi sposto dall verticale per fare un pò di foto ai compagni di cordata, mentre risalgono, quando il vicentino mi dice che siamo in cima al Vajo dei Camosci.
Molto bene dico entusiasta, era proprio quello che non volevamo fare perchè considerato difficile per noi, ma se questo è il difficile allora forse oggi è una giornata fortunata!!!
Percorriamo un traverso fino ad affacciarci in una valle in ombra a Nord di Cima Carega, il famoso “Valon de Pissavacca”, bellissimo versante dove uno sciatore in solitaria sta scendendo disegnando dolci curve nella neve.
L’idea è di seguire le tracce e traversare tutto il pendio nord per poi risalirlo, fino alla Cima, ma un dubbio ci pervade la mente, se le condizioni di neve sono quelle che abbiamo trovato giù in basso durante l’avvicinamento, potrebbe diventare un enorme sfaticata, quindi, all’unanimità ridiscendiamo il Vajo dei Camosci sino al bivio con l’altro canale.

Noi siamo galvanizzati all’idea di farne un’altro, c’è chi invece, è dubbioso e sente un pò la stanchezza, ma non si da per vinto.


Convinti che quello era il vaio giusto, lo risaliamo in gran velocità, sino ad arrivare quasi in cima scorgendo un anfiteatro di neve ghiacciata ed una forcella sulla sua sinistra.
Qui il vicentino mi dice, “ma sai che mi sà che siamo su un’altro Vajo”?, io smetto di ascoltarlo, percorro il traverso e arrivo in forcella dove, davanti a me si apre il Paradiso.

Alla mia destra Cima Carega con la sua croce, a sinistra Cima Mosca e la Forcella Mosca, dove c’è l’uscita del Vajo che avremo dovuto fare noi, il Vajo dei Colori.
Col senno di poi sono cmq molto soddisfatto, perchè anzichè un Vajo, ne abbiamo fatti due che come difficoltà sono quasi superiori, o per lo meno, ci erano stati descritti come Vaj da evitare, sopratutto quello dei Camosci, perchè il Vajo Bianco invece è modestamente facile.

Una meritata pausa ristoratrice mi permette di fare anche un paio di foto, mangiarmi un buon panino e poi proseguire.
Lasciamo i vicentini che stremati restano li a recuperare le energie,  mentre noi ci dirigiamo verso Campogrosso.
Scendiamo di qualche metro e incrociamo la traccia che porta alla Forcella Mosca, guardando in giù vedo la stupenda uscita del Vajo dei Colori che effettivamente come estetica è molto bella e tutto il canale sembra ottimo per essere scalato, fosse per me sarei tornato giu e avrei proseguito nel tentativo di farlo ma non si può rischiare, è tardi e già il Vajo Bianco quando siamo arrivati in cima ha scaricato una serie di sassi che stare sotto non sarebbe stato sicuramente bello per noi.

Superata la forcella il sentiero aggira Cima Mosca che si raggiunge superando una 50ina di metri di dislivello per poi calare verso Bocchetta Fondi tramite un traverso non banale da percorrere con piede fermo.

Arrivati a Bochetta Fondi si ridiscende nel versante Nord su neve soffice tanto che decidiamo di farcela tutta in stile Bob, lasciandoci trasportare dalla neve e sedendoci su di essa per un centinaio di metri.
Mi sembra di tornar bambino e urlo di gioia nel percorrere la discesa a velocità controllata.
Per ripidi pendii innevati arriviamo al bivio con il sentiero estivo e giriamo a destra effettuando il traverso sotto la Guglia Berti che imponente svetta sopra di noi.
Il sentiero poi prosegue leggermente in discesa andando ad unirsi ad un pezzo di cresta che conduce dopo una discesa in un boschetto al Passo Campogrosso.
Durante il ritorno verso il passo mentre cammino ormai a “briglie sciolte”, riesco a godermi un momento di pace e di solitudine su un sasso appartato al sole, in quel momento il mio occhio scorge una figura nota, un camoscio sta pascolando e ogni tanto alza la testa e mi guarda.

Aspetto i miei compagni e tra una risata e l’altra arriviamo al passo dove festeggiamo la nostra prima ascensione al Carega in modalità Alpinistica!!

 

 

Cima Tosa – Canalone Neri

Quando mi avvicinai alla montagna qualche anno fà, guardavo con ammirazione le grandi imprese alpinistiche che venivano portate a termine sulle cime più disparate, attraverso grandi pareti di roccia o ghiaccio, ma anche su canali e canalini irti e pericolosi.
Tutt’ora continuo a farlo, sognando ad occhi aperti, ma consapevole della pericolosità e dell’incertezza che certi itinerari portano con sè.
Anche io nel mio piccolo posso dire di aver compiuto un impresa che a tutti gli effetti è alpinistica e che mi ha fatto entrare nella storia oltre che della mia vita anche un pò in quella della montagna.
Ho portato i miei due organi trapiantati, sulla cima la più alta del gruppo delle Dolimiti di Brenta, la Cima Tosa 3173m attraverso un canale che è molto conosciuto in tutto il mondo, il Canalone Neri.

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Canalone Neri

Il Canalone Neri è uno scivolo ghiacciato di 900m di dislivello positivo per uno sviluppo lineare di circa 1200m complessivi con pendenze iniziali di circa 40, 45 gradi e successivamente 55, 60.

A seconda dell’innevamento esso è valutato AD o AD+ e in certe relazioni anche D-.
Le altre vie per raggiungere la Cima Tosa sono 2, la Via Migotti che è una via di II grado che feci qualche anno fà con un amico e la via normale o del Camino, che parte dal Rifugio Pedrotti che, per assurdo è la più facile e che non ho mai fatto..

Da qualche tempo avevo in mente di provare a fare un canale, cercavo un buon compagno e trovai in Kristian un buon punto di riferimento per queste tipo di ascensioni, infatti lo scorso anno insieme andammo nel gruppo delle Tre cime del Bondone a fare il mio primo canalino e con lui mi “battezzai” sulle pendenze oltre i 40gradi.
Per me fù un’esperienza molto positiva che aumentò le mie conoscenze in ambiente invernale e diede un forte input alla mia autostima.
Questa esperienza mi ha portato a chiedere di nuovo a Kristian se aveva voglia di fare un canalino che potesse così aumentare il mio livello base attraverso nuove esperienze, lui mi propose il Canalone Neri.
Un pò in dubbio, forse con un pò di incoscenza e con molte incertezze accettai l’offerta.
Creato il classico gruppo su Whatsup ci trovammo in 3, io, Kristian e Claudio.
Inizialmente pensammo di poterla fare in giornata, poi Claudio che voleva prendersela più con calma propose la bivaccata al Brentei.
Io inizialmente ero un pò titubante, ma per quello che è il mio spirito di gruppo non potevo fare diversamente.
Bivaccare in inverno nel pieno delle Dolomiti di Brenta accanto a pareti straordinarie e a scenari mozzafiato è un’ocasione imperdibile quindi, sfidando la mia gran paura del freddo che negli ultimi anni si sta impossessando di me, decidisi di unirmi a loro.
Col senno di poi, compiere questa gita in giornata avrebbe potuto mettere a repentaglio la mia sicurezza in quanto la fatica mentale della discesa dalla Cima, la stanchezza finale e il raggiungimento del Bivacco Brentei ci ha fatto impiegare non poco tempo ha reso l’esperienza ancora più faticosa.

Il 23 dicembre quindi iniziammo i preparativi con febbrili conversazioni e messaggi vocali su whatsup, decidemmo il materiale da portare valutando le condizioni meteo.
Il 25 il giorno di Natale è successo di tutto, a ripensarci ora, capisco quanta motivazione avevo e a quanto ho tenuto a tutto questo…
La mattina finisco di preparare lo zaino, con mille ansie e mille dubbi, poi mi sposto a Pinè per andare a trovare i parenti e alle 14 con mille dispiaceri sono costretto a lasciare la tavola perchè “dovevo partire per il Brenta”.
Vi lascio immaginare quando ho detto cosa andavo a fare, i mille commenti da iperintenditori di alpinismo, “vara che anca i pù bravi i more…!”, “occio alle valanghe”, “ma nol fa fret?”…
Dopo questa carica estrema di positività lascio la tavola e prendo l’auto per dirigermi verso Sarche, dove ho appuntamento con Kristian per il trasferimento a Madonna di Campiglio e successivamente al Vallesinella.
Faccio 4 curve, il motore della mia auto incomincia a fare uno strano, brutto rumore, così mi fermo in una piazzola per valutare le condizioni…
Non sono un esperto meccanico ma il rumore non era decisamente buono, così, chiamo Kristian e lo avviso dell’accaduto, già mi scende una lacrima, avevo l’occasione a portata di mano e ….
In qualche modo Kristian mi suggerisce per lo meno di portare la macchina a Trento, “tanto fino al Zuffo è discesa!”…
E’ vero e da buon incoscente provo il tutto e per tutto, mi lancio a giri bassissimi in quinta marcia verso il Zuffo, una vera e propria impresa…
Riesco ad arrivarci quando Kristian mi chiama e mi dice, stai li, che passo a prenderti!!
Siamo in ritardo di mezzora sulla tabella di marcia e devo ringraziare di cuore lui, per avermi aiutato in questo momento, per essersi sbattuto a venire fin a Trento a prendermi.
A tutta birra ci lanciamo verso Madonna di Campiglio, dove abbiamo appuntamento con Claudio alla stanga per andare al Rifugio Vallesinella.
Speriamo per tutto il viaggio che sia aperta, questo ci permetterebbe un’avvicinamento più docile, ma così non è… Penso subito al ritorno, sarà una massacrata…

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verso il Vallesinella

Arriva anche Claudio, ci mettiamo gli scarponi e ci incamminiamo verso il Bivacco Brentei, dove in circa 2 ore arriviamo che è già buio, con una piacevole e insolita sorpresa, non siamo gli unici a bivaccare quella notte.P1110544.jpg
Altri due alpinisti stanno passando la loro notte di Natale in quel meraviglioso posto.
Dopo una veloce presentazione ci sistemiamo e iniziamo a scioglier neve per farci da mangiare, utilizziamo i fornelletti da campeggio, molto utili quanto pericolosi se non maneggiati con cura, infatti tra un cambio bombola e l’altro, rischiamo di finir bruciacchiati causa la perdita di liquido gas da parte di una bomboletta che manda a fuoco con una vampata che ancora ho ben impressa nella mente tutto il tavolo del Bivacco.


Nessun danno per fortuna, a parte la manica della giacca e qualche pelo delle mani, ma un gran spavento…
Fortunatamente nel bivacco troviamo un residuo di bomboletta di gas giusto giusto adatto per il fornelletto che ha Kristian, così riusciamo a finir di farci da mangiare la seconda rata di cibo.
Il menù era quasi migliori di un degno ristorante, Pasta e fagioli come primo, salsiccia saltata e riso ai porcini leofilizzato!! Una manciata di noccioline, una buona fetta di pandoro a testa e dopo qualche aneddoto raccontato tra noi e gli altri due alpinisti si va tutti a nanna.
La notte la passo bene, a differenza di quanto mi aspettassi, il mio sacco a pelo tiene molto bene il freddo di cui avevo il terrore e riesco a dormire abbastanza bene, complice anche il caldo eccezzionale che sta stazionando in questi ultimi giorni.
Caldo non significa che c’erano 20 gradi, restano sempre i 4 che abbiamo visto sul termometro, ma nel sacco a pelo non sembra davvero esserci nulla di differente rispetto a casa.
La mattina alle 5.30 suona la sveglia, assonnati ci alziamo e iniziamo a preparare le ultime cose.


Scendiamo dalla “zona notte” e andiamo di sotto a scaldare il the che abbiamo preparato la sera, godendoci la colazione.
Infine, svuotiamo lo zaino e lo riempiamo dello stretto necessario per l’ascensione.
L’attrezzatura che abbiamo portato con noi non è stata tutta utilizzata ma è sempre bene portarla con sè nel caso in cui ci fossero condizioni diverse da quelle ipotizzate.
2 chiodi da ghiaccio con relativi moschettoni, 1 lounge, 1 cordino per il prusik, piastrina per la calata in corda doppia, 2 piccozze, io ne avevo una dritta e una curva, ramponi, caschetto, imbrago, due moschettoni.
Ore 6.30 circa e si parte, tutte le ansie e le preoccupazioni devo lasciarle al bivacco, si era detto che avremo valutato le condizioni e in base al tipo di neve o ghiaccio trovato avremo valutato se salire oltre il ginocchio o no, ma questo è solo un divertente ricordo.


Prendiamo il sentiero 318A che porta verso Bocca di Brenta, dopo un centinaio di metri voltiamo a destra e scendiamo nella Val Brenta Alta e successivamente ci rialziamo verso la Vedretta del Crozzon, li, siamo alla base del Canalone Neri a quota 2350m circa.
La notte sta cedendo spazio al giorno e il cielo perfettamente limpido mi sta regalando dei colori stratosferici.
Si vede benissimo la fascia atmosferica che regala una sfumatura di colori che parte dal viola sino all’azzurro pallido.
Alla mia destra noto un’impressionante numero di vette, partendo dal Vioz, sino al Monte Cevedale e non solo.
Le scarse nevicate regalano anche una triste visione delle piste da sci di Madonna di Campiglio innevate artificialmente, le quali stonano vistosamente con il paesaggio sottostante.
Una leggera brezza fredda ci investe, siamo sotto al canalone e ci prepariamo per l’ascensione, indosso il piumino a cui tolgo le maniche e sopra metto il mio guscio in goretex blu, estraggo le picche dal mio zaino, lego i chiodi da ghiaccio con il relativo materiale all’imbrago e iniziamo a risalire.


Tutte le ansie, tutte le paure che nei giorni antecedenti ad ora si erano manifestate, se ne vanno via.
Lo scivolo visto da vicino dà un impressione totalmente diversa, questo non ne cancella le difficoltà ma dà una valutazione migliore dell’itinerario e di cosa mi aspetta.
Inizialmente Kristian fà traccia su primi metri di neve durissima, il ritmo è buono e inizio a prendere confidenza con questo scivolo.
Cerco di darmi un passo costante, che mi tenga in temperatura ma che non mi faccia sudare, quindi scandisco dentro la mia testa un ritmo piuttosto buono che le mie gambe provate dalle gite dei giorni scorsi sembrano reggere con incredibile forza.
Probabilmente il recupero è stato importante, come fondamentale sono stati i consigli suggeritomi fino a qualche ora precedente l’ascensione.
Dopo i primi 200m circa la neve inizia un pò a cedere ma senza grossi problemi continuiamo nella nostra ascensione.


Kristian si ferma per scattare qualche foto, anche io prendo l’iniziativa e con la mia macchina fotografica imprimo ricordi e i sorrisi dei miei compagni, poi, inizio a far traccia io.
Davanti a me lo scivolo, in tutto il suo splendore, candido e irto come pochi avevo visto finora da così vicino, un passo dopo l’altro appoggiandomi alla picca lo risalgo, creando scalini e cercando la via più ghiacciata possibile in modo da non far troppa fatica nella progressione.


La pendenza da 45 gradi inizia ad aumentare, non me ne accorgo neanche quando mi trovo alla base del famoso “Ginocchio” che in condizioni perfette si appresta ad essere violato!
Passo io per primo, in mezzo ad una lingua di neve che considero buona (nonostante la mia assoluta inesperienza).
Ci azzecco, infatti la neve dura permette un’ottima progressione e il superamento della parte più critica, e crepacciata.
Noto due righe distinte orizzontali mentre risalgo lo scivolo e le associo alle relazioni lette e rilette nei giorni prima, dove si parlava di due distinte crepacciate terminali.
Superato il ginocchio le pendenze aumentano e si nota visibilmente, la relativa poca neve caduta sino ad ora dà una sensazione strana.
Sembra proprio che ci sia un’incurvatura sullo scivolo che proietta verso l’altro la parete.
Da 45 si passa a 50, 55 e in certi punti sembra che si sia arrivati anche a 60 gradi comodi, infatti si passa dal piantare la piccozza per il manico ad utilizzare la becca puntando le punte. E’ una sensazione stupenda, vedere la piccozza impiantarsi e restare li, ferma immobile al primo colpo, provo una sensazione simile a quella che provavo da bambino quando giocavo con le macchinine.


Tra una pausa foto e una per aspettare i compagni cerco di bere anche qualcosa e mangiare del miele che ho a portata di tasca, giusto per tenermi idratato e ben alimentato, ma più saliamo più mi accorgo che fà caldo, sembra neanche di essere su una parete nord, io sto salendo con il guscio e il piumino aperti.
Iniziamo ad alternarci la battitura del canale io e Kristian in quanto la neve sta iniziando a essere sempre meno consistente, complice dell’inversione termica.
Siamo quasi verso tre quarti della salita, quando Kristian passa davanti a me e inizia a battere un pò di traccia.
Iniziamo a sentire un pò la stanchezza, le condizioni della neve nel tratto finale da 55 gradi sono decisamente diverse e creano più difficoltà nella progressione, ma nulla di chè, si fa solo più fatica perchè non sempre lo scarpone si aggrappa bene al manto ma ne sprofonda di qualche cm.


Ad un certo punto mi fermo a scattare una foto a Claudio, ripongo la macchina fotografica legata all’imbrago impugno le due picche alle quali sono ancorato con il mio imbrago e dall’alto sento un’urlo, “Occhioooooooooooo”….
Durante i concitati messaggi vocali che Kristian dava al gruppo su Whatsup mi è rimasto impressa una frase, “Guai guardare in su quando sali, sopratutto se vola giù qualcosa, perchè può sfigurarti se ti prende giusto..”…
Alzo la testa per un’attimo, istintivamente, da stupido e vedo davanti a me in caduta libera un sasso della grandezza di 5cm arrivare diritto verso di me ad una velocità che non riesco a quantificare, istintivamente mi proteggo accovacciandomi e rannicchiandomi sulle punte dei ramponi, poggiando la testa e il casco alla parete e cercando di avvicinare più possibile il petto alla neve in modo che qualsiasi cosa avrebbe potuto colpirmi avrebbe trovato come ostacolo il casco, o lo zaino.
Sento un rumore quasi “straniero”, un “sfium…” velocissimo a destra e sinistra, rimango così per 2 minuti fino a fine della scarica..
Urlo a Kristian, “posso??” e senza alzare la testa attendo la sua risposta.
“Vieni!!” sento dall’alto, quindi esco dalla mia posizione e rincomincio a risalire, con un pizzico di adrenalina in più, che non guasta di certo, ma che comunque mi fa pensare, molto.
La montagna ancora una volta ci sta mettendo in guardia.
Continuo passo dopo passo e piccozzata dopo picozzata a risalire, quando vedo una cornice poco marcata che indica all’uscita del canale.P1110584.jpg
Manca davvero poco, la vedo là, ma è solo un’impressione, da sotto quantificare la distanza è pura utopia, o sei abituato o l’unica cosa da fare è procedere senza farsi tante domande…
Risento “Occhioooooo!”, questa volta non mi faccio fregare, non guardo da nessuna parte, mi butto in posizione e aspetto.
Un blocco di ghiaccio della grandezza di un bicchiere mi colpisce al braccio sinistro, sento un male assurdo, una sorta di bruciore..
Riparto, e dopo circa altri 15 minuti vedo Kristian uscire dal Canale…
L’ultimo tratto è ostico, ghiacciatissimo e sono quasi costretto a dover puntare le picche con forza per poterlo attraversare, ma dopo quest’ultima fatica un potente sole mi acceca, altri 4 passi e vedo l’uscita, vedo il panorama, vedo la luce!


Mi fermo prima di uscire per scattare qualche foto mia e a Claudio che è rimasto un pò indietro, finite le foto esco ed esulto!!!
Cimaaaaaa!!!! Sono felicissimo, un sole potentissimo mi colpisce restituendomi tutto il calore che avevo tanto sognato in queste ultime ore, vedo Kristian seduto che sta cercando di rianimare i suoi piedi congelati, io proseguo e accenno a una corsetta per andare a toccare la famosa madonnina della Tosa.
Mi scatto due foto e condivido il momento con chi ha creduto in me e mi ha dato una bella carica di positività finora. Mando una foto su Whatsup e successivamente spengo il telefono.


Lo ho scarichissimo e non voglio che si spenga proprio ora che arriva la parte più difficile di tutto, la ricerca del punto di calata, la calata e il ritorno alla base.
Una piccola pausa ristoratrice, beviamo, mangiamo e iniziamo subito a cercare il punto di calata.


C’è un pò di confusione tra di noi, ma tra un tentativo e l’altro riusciamo a trovare un primo punto di calata.
Qui inizia una fase per me molto delicata, probabilmente perchè non sono per nulla abituato e perchè ho ancora poca fiducia negli attrezzi alpinistici e in me stesso, iniziamo a disarrampicare con picca e ramponi un canale e successivamente un tratto di misto che si affaccia a sbalzo sui terrazzi dell’anfiteatro di Cima Tosa, che sul versante verso Vedretta d’Ambiez regala un panorama entusiasmante quanto spaventoso.
Kristian cerca questo punto di calata secondario, un camino di circa 40 metri attrezzato inizialmente da fettucce e da spit appositamente inseriti per la calata.
Dopo essermi un pò ristabilito psicologicamente, mi sposto in modalità gatto verso il punto di calata, dove attrezzo una corda doppia e successivamente mi calo per circa 15 metri fino ad un pianoro dove Kristian mi sta aspettando.
Anche Claudio fa lo stesso e così per un’altra volta.IMG-20161227-WA0013.jpg
Non conosciamo la calata, io l’avevo fatta una volta da quel camino ma in estiva e il punto di ancoraggio non lo ricordavo.p1110618
Successivamente al secondo terrazzino troviamo uno spit cementato nella roccia, dove decidiamo di attrezzare l’ultima calata che ci porta alla base del camino e successivamente quindi alla fine delle difficoltà.
Sono decisamente più sollevato, ho perso un pò la testa prima e mi sono agitato un pò inutilmente, ma posso assicurare che la stanchezza era in agguato e in inverno le condizioni sono decisamente diverse anche su un intinerario così.
Mettiamo via parte dell’attrezzatura usata per la calata e iniziamo a incamminarci verso il Rifugio Pedrotti, la prossima meta, discendiamo canalini innevati alla ricerca di orme da seguire che portino sulla traccia giusta verso il rifugio.P1110621.jpg
Stanchi e assetati ci avviciniamo al Rifugio per vie tracciate in precedenza, mi accorgo anche di qualche impronta di cane.
Inizio a sentire le gambe un pò affaticate, ma i tratti in piano, dove non sprofondi troppo nella neve mi ridanno un senso di scioltezza e mi fanno recuperare in qualche modo le energie.P1110625.jpg
Dò fondo alla mia bottiglietta di acqua misto the e sali minerali prima di attaccarmi alle bustine di miele e frutta secca, pronto per l’ultimo sforzo.
Dal Rifugio Pedrotti intravedo il sentiero estivo verso la Bocca di Brenta totalmente innevato, seguo un pò le tracce ma poi si interrompono, c’è un pezzo a mio avviso troppo pericoloso con una pendenza oscena che è un passaggio obbligato verso la bocca, io non mi fido, sono stanco e la lucidità viene a meno per tanto mi giro e guardo Claudio dicendoli “io scendo e risalgo dalla vedretta”…
Lui è daccordo, non riusciamo a trovare altra soluzione, così seguiamo le tracce che scendono dal Pedrotti e risalgono fino a Bocca di Brenta attraverso quella che una volta era una bellissima vedretta e che ora che è in invernale un pò lascia immaginare la sua maestosità.P1110628.jpg
Verso tre quarti della salita, inizio seriamente ad arrancare, faccio dieci passi e mi fermo, riprendo fiato, altri dieci e mi rifermo, così fino in cima, la pendenza non ha nulla da invidiare al primo pezzo del Neri e da lontano sento Kristian che ci urla, “voi siete matti”!!!
D’altronde ritenevo più sicuro fare un pò di fatica in più che mettermi a fare un traverso con il buio che incombe, anche se come suggerisce Kristian si sarebbe potuto fare una simil sosta con la picozza e utilizzare la corda.
Non lo sapremo mai, se il tempo impiegato per attrezzare il tutto e passare sarebbe stato lo stesso del scendere e risalire.Pano-Pedrotti.jpg
Arrivati in Bocca ci lanciamo verso il Brentei, ripeto a ritroso la famosa salita fatta durante il Brenta Trail di quest’anno, attraverso il famoso ghiaione che, con la neve, è tutta un’altra cosa in giù!!!P1110634.jpg
Piu avanti scorgiamo il lungo traverso che porta verso il Brentei, cercando in qualche modo la direzione giusta per evitare di dover poi rialzarci troppo, camminiamo senza ormai parlare più…
Io ho un male al piede spaventoso, sul traverso ogni passo sembra una lama che si infila nel piede, complice gli scarponi usati poche volte e anche la durezza della suola.
Cerco di non pensarci e continuo.
Dopo circa un’ora siamo al Bivacco del Brentei, stremati ma contenti.
Io mangio tutto quello che trovo lasciato li dalla mattina, poi metto via i ramponi e cerco di mettere tutto nello zaino, sacco a pelo compreso.
Col buio che ormai ci fà compagnia iniziamo la discesa, lunga, in silenzio, io cammino a testa bassa combattendo contro il male al piede e cercando di non scivolare sul ghiaccio che incombe sul sentiero di ritorno.
Primo bivio, tutto ok, arrivati al Rifugio Casinei succede l’imprevisto.
La totale incapacità mentale di ragionare mi fa prendere il sentiero più lungo per il rientro, leggo la tabella Rifugio Vallesinella , Sentiero dell’Orso, inizialmente penso “che strano, sentiero dell’Orso” ma la stanchezza mette via subito il pensiero e lo sostituisce con “continua a camminare che tra un pò arriviamo al Vallesinella”, ma quando ci accorgiamo che il sentiero va “troppo in là”, Kristian inizia a imprecare giustamente…
Mi sento un pò in colpa in quanto io ero il primo del gruppo, ma la completa mancanza di lucidità e probabilmente l’ancora ben presente “senso innato dell’automasochismo kilometrico residuo dalle gare di quest’anno” mi fanno prendere la direzione sbagliata.
Quindi allunghiamo di circa 40min la nostra agonia verso il Vallesinella.
Arrivati al Vallesinella mancano ancora 35 minuti come da tabella per arrivare a Campiglio, ricordate la strada chiusa???
Beh…. ogni commento, parola o imprecazione in questo momento è totalmente fiato sprecato, si perderebbero solo energie…
Riaccendo il cellulare e inizio a ragionare sul fatto che qualcuno dovrà pur portarmi a casa dalle Sarche sino a Cadine e di certo non lo farò fare a Kristian al quale ho allungato già il sentiero di ritorno e che mi ha fatto la gran cortesia di venire a prendermi al Zuffo a Trento, quindi cerco una soluzione e dopo poco la trovo, una ragazza verrà a prendermi alle Sarche.
Sento anche un pò di persone che probabimente erano anche in pensiero per me, o almeno, era quello che io avevo pensato, visto che a mezzogiorno avevo dato segno della mia presenza e da li in poi avevo spento tutto….
Qualche scambio di messaggi e poi lascio stare tutto…
Arriviamo finalmente alla macchina, Claudio ormai che ci stava davanti di qualche minuto ha acceso l’auto io subito gli ho restituito una delle due picche che mi mancavano e appena arrivato Kristian ci ha salutato scappando a casa.
Noi due rimasti, (un pò in tutti i sensi) ci trasciniamo verso la nostra valle, non prima di aver bevuto praticamente in un sol fiato una birra in un bar che abbiamo trovato scendendo da Campiglio.
Saluto Kristian alle Sarche e al distributore aspetto la mia amica che è venuta a prendermi. Lei è ignara di cosa è successo nelle ultime 30ore, meglio così, chi lo sà…
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Oggi al lavoro tra una telefonata per il recupero dell’auto e i convenevoli messaggi di congratulazioni, con la testa ero ancora lassù, la stanchezza ancora c’è e la mente non è ancora lucidissima ma in questi ultimi anni ho imparato a fidarmi più del mio istinto che dei miei pensieri e il mio istinto oggi è stato quello di tornare a casa, aprire il web e cercare relazioni di altri canali, altri sogni, altre ascensioni, questo è stato il sogno della mia vita alpinistica ma probabilmente e lo spero, sarà solo il trampolino di lancio per future nuove avventure verso l’alpinismo un pò più tecnico, chi lo sà? Bisogna solo, fare esperienza, prendere confidenza ma mai troppa, come mai devo dimenticarmi chi sono e la fortuna che ho avuto potendo fare tutto ciò, nonostante la malattia.

Oggi al lavoro mi stanno già arrivando inviti di canali, nord, ascensioni, da parte di amici che questa passione la portano con se, come a dire “Alan, benvenuto tra noi!”, mi fa piacere!!

Dedico questa mia piccola impresa alpinistica a tutte le persone che stanno sul divano e che si stanno lamentando della loro vita monotona, non sapendo che è solo frutto della loro mente.
Auguro loro, di trovare la giusta serenità per potersi alzare e capire che la vita ha sempre qualcosa da insegnarli, che dal dolore si può sempre uscire e dalla malattia si può sempre vincere, che sia essa una malattia cronica come la mia o che sia solo un momento buio, c’è sempre una via di uscita.
Non importa se si va in montagna o se si fanno imprese così, per me questo è il mio Everest, ma se penso a 5 anni fà, il mio Everest era arrivare in cima al monte di casa mia, 17 anni fà era poter salire le scale per arrivare a casa.
Ognuno ha il suo Everest, l’importante è che continui a cercare di scalarlo e non si arrenda MAI!!!